Musiche degli Immigrati

SUONI DA ALTROVE. LA MUSICA DEI NUOVI CITTADINI A BOLOGNA

La città di Bologna non è solo una città universitaria che accoglie giovani studenti provenienti da tutte le regioni d’Italia; è una città d’immigrazione, nazionale e internazionale, e racchiude anche una varietà di gruppi sociali o comunità dai confini mobili e sfumati, dalle intersezioni molteplici.

Numerosi sono i parametri per identificare questi gruppi: generazionale, socio-economico, etno-linguistico, l’adesione a comunità religiose, il coinvolgimento in attività politiche, la pratica di una determinata attività sportiva, oltre all’eventuale appartenenza al mondo universitario.

Tra tutte queste comunità quella degli immigrati,[1] o meglio dei nuovi cittadini, ha acquisito, soprattutto nell’ultimo ventennio, un ruolo importante. Fu infatti a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta che il flusso di stranieri cominciò a prender consistenza nel capoluogo emiliano, amplificandosi negli anni successivi.[2]

Oggi, la città presenta un quadro eterogeneo. Il processo di migrazione, tuttora in corso, coinvolge uomini e donne provenienti dall’Asia, dall’Europa dell’est, Sudamerica, Nordafrica e Africa subsahariana, spesso in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori e che sempre più consolidano la loro presenza con i ricongiungimenti familiari. Inseriti nel nuovo contesto sociale, ricostruiscono gruppi variamente coesi, luoghi di ritrovo esclusivi e non. Portano con sé una ricchezza di differenze che si esprime nell’immediato attraverso la sonorità della lingua, l’abbigliamento, il cibo, le movenze e i gesti. Ciò ha comportato anche l’arrivo di tradizioni musicali e pratiche ormai non più estranee al territorio bolognese.

Con il presente lavoro si cercherà di render conto del ruolo e delle modalità di espressione della musica nel particolare milieu d’immigrazione a partire da uno sguardo sulla presenza di musicisti professionisti, sulla musica festiva, sulle scelte di ascolto nel quotidiano, sui processi identificativi interni alle comunità stesse che passano e/o hanno ricadute interessanti sul piano musicale.

Una particolare attenzione verrà data al ruolo dei giovani che, come ben sintetizza il primo documento preparatorio del progetto che sfocia in questo lavoro, qui vanno intesi soprattutto come “soggetti creativi o performativi di musica”. Da questo punto di vista – e ancor più nel contesto dell’immigrazione – può essere interessante soffermarsi non tanto sul dato anagrafico ma sugli eventuali scambi e sovrapposizioni tra le nuove e vecchie generazioni, sul rapporto tra la memoria e la consapevolezza. Memoria intesa non come un magazzino statico, bensì come l’insieme di conoscenze costitutive dell’identità, sia individuale che collettiva, dei nuovi cittadini, come l’insieme di capacità acquisite e mutevoli nella loro continua possibilità di differenti attivazioni. E la consapevolezza di essere “attori sociali” orgogliosi delle proprie tradizioni e azioni.

 

La ricerca

La ricerca, a livello metodologico, si è basata sull’osservazione di alcuni contesti culturali e attività inerenti la musica in cui erano coinvolti alcuni cittadini extra-comunitari residenti a Bologna. In questa fase preliminare della ricerca i contatti e le segnalazioni sono state fornite da Fausto Amelii, responsabile del Centro Interculturale “M. Zonarelli”. Il contatto con le associazioni è servito per avere i nominativi di possibili interlocutori.

Dopo questa prima serie di incontri nell’ambito più formale delle associazioni culturali – principali luoghi di promozione di feste etniche, eventi culturali e progetti interculturali – si è potuto constatare come la musica non abbia sempre un ruolo principale. Infatti, tra le associazioni degli stranieri che hanno sede al Centro, poche danno la possibilità di svolgere indagini circoscritte alla musica; nella maggior parte delle situazioni osservate la musica compare, si affianca, fa da sfondo ad altre attività (di carattere religioso culinario letterario etc.).

Procedendo nella ricerca, si sono privilegiati i colloqui individuali che hanno visto come protagonisti tre musicisti diversi per provenienza, cultura, interessi: José de la Cruz Tapia di origine peruviana, Malik Kaire Gueye dal Senegal e Goran Llukaci, rom del Kosovo.  Ciascuno di loro, con la propria individualità, competenza musicale e interpretativa ha fornito una testimonianza autentica di una specifica tradizione. Far parlare i protagonisti attraverso la ricostruzione delle loro storie è stata una scelta suggerita dallo stesso percorso di ricerca.[3]

In altri termini, è parso importante dare ai colloqui con gli interlocutori la possibilità di far costruire a ciascuno dei veri e propri racconti di sé e della propria vicenda, facendo in modo che gli  intervistati si sentissero stimolati a fornire un quadro del loro “fare e consumare” musica.

Da un lato ciò è stato utile per constatare, in concreto e nello specifico, le particolari forme ed espressioni che la relazione tra musica, immigrazione e città riesce ad avere. Tale relazione, come emerge dalle pagine che seguono, crea realtà differenti che possono dar luogo a occasioni produttive di arricchimento di modi di essere e di pensare. Oppure individua appartenenze a mondi precisi che comportano atteggiamenti, riti collettivi, valori condivisi. Dall’altro lato è stato possibile tracciare i percorsi delle pratiche musicali che attraversano le dinamiche di apprendimento, la sfera familiare, la rappresentazione del sé e del proprio gruppo.

I punti fondamentali di riflessione nelle pagine che seguono sono:

  • chi sono, a Bologna, i protagonisti più attivi sul piano musicale in contesto di immigrazione
  • come si svolgono le loro attività musicali (quali strumenti musicali usano, in quali occasioni)
  • il ruolo della memoria, trasmissione e apprendimento nella pratica musicale: come e da chi hanno imparato a suonare, a chi e in che modo viene trasmessa la loro conoscenza musicale
  • la musica di/per comunità straniere come iniziativa del singolo o delle istituzioni
  • il ruolo dei giovani; sono giovani che fanno musica per i giovani, o per tutte le generazioni? Quali relazioni creano con il loro “pubblico”? Fanno musica per sé o per gli altri?

 

Breve nota sulle attività musicali nelle associazioni culturali

 Il Centro Interculturale “M. Zonarelli”, nel quartiere San Donato, è un punto di riferimento e una risorsa strategica per il dialogo interculturale.

Qui hanno sede oltre un centinaio di associazioni di vario genere, di cui quelle gestite e rivolte agli stranieri rappresentano quasi la metà.

Il Centro, nato più di 15 anni fa, è direttamente gestito – nell’ambito dei Servizi Sociali – dal Comune di Bologna. Quest’ultimo realizza una serie di iniziative nell’interesse dei cittadini (immigrati e non) in ambito locale, regionale, nazionale, europeo (organizzando convegni, seminari, formazione..).[4]

Lo “Zonarelli” offre spazi di aggregazione e reti di relazioni per gruppi, famiglie, persone ed è, di fatto, un punto d’incontro storico tra italiani e immigrati residenti a Bologna. Sostiene e promuove lo scambio e il dialogo interculturale: spettacoli, ricorrenze religiose o civili, pratiche amministrative, presentazioni di libri, rassegne di film, corsi di lingua italiana o lingua d’origine per gli stranieri, laboratori di danza, ecc…

Tra le iniziative in ambito musicale va segnalato il progetto Mikrokosmos – Coro Multietnico – di Bologna, in collaborazione con il Quartiere San Donato.[5] Il Coro Multietnico coinvolge attraverso la pratica corale cittadini di provenienze culturali differenti.

Dal 2004, anno della sua fondazione, il Mikrokosmos ha preso parte a numerosi festival, rassegne, concerti ed eventi culturali. Dal 2005 è stata fondata l’Associazione Culturale “Mikrokosmos” che promuove una serie di progetti e laboratori basati sulla musica e sul canto.

Proponendosi come luogo d’incontro tra culture diverse, sotto la direzione di Michele Napolitano il Mikrokosmos riunisce più di 50 coristi tra i 15 e 60 anni. Il repertorio è costituito da brani profani e religiosi di origine popolare provenienti da tutto il mondo (Camerun, Bosnia, Argentina, Rep. Democratica del Congo, Francia, Canada, Germania,  Iran…).

Il coro può essere inteso come un microcosmo di relazioni la cui idea costitutiva è la socializzazione. Poiché si basa sul rispetto reciproco e la crescita collettiva, non solo musicale, privilegia brani dei Paesi di provenienza degli stessi componenti del coro, per arricchire le conoscenze culturali e musicali del coro e dare la possibilità agli stranieri coinvolti di essere i principali protagonisti di tale crescita.

Si è tentato anche di documentare le attività della comunità proveniente dalla Romania che,  seppur di recente immigrazione, è oggi dal punto di vista numerico la più consistente tra tutte le realtà straniere presenti sul territorio bolognese, in particolare nei quartieri Navile, Santa Viola e soprattutto in provincia.[6]

D’altra parte e nonostante il numero elevato di residenti non sembrano esserci a Bologna luoghi di aggregazione esclusivi dei rumeni; oltre all’Associazione Betania (con sede a Imola) e alla chiesa ortodossa di Via Sant’Isaia, l’unica altra associazione che fornisce assistenza ai propri connazionali e svolge alcune attività culturali e ricreative è l’ Associazione culturale Italo – Rumena “Ovidio”. Anche in questo caso, il Centro offre il proprio spazio dare  la possibilità ai membri della comunità rumena di poter celebrare le loro feste.

Va fatta anche specifica menzione della vita culturale della comunità dei rom provenienti dal Kosovo, insediata da tempo nel quartiere Pilastro.

I rom del Kosovo sono arrivati a Bologna, come in altri luoghi dell’Europa occidentale, alla fine degli anni Ottanta, in conseguenza delle tensioni sociali e politiche che hanno portato alla guerra del 1999: accusati dagli albanesi di aver parteggiato per i serbi, taglieggiati dalle milizie serbe, i rom sono stati tra le principali vittime dei conflitti etnici che hanno infiammato i Balcani. A Bologna si sono insediati in diversi accampamenti non autorizzati e in alcuni campi gestiti dal Comune; molti sono andati ad abitare nel campo di via Gobetti, accanto ad altre famiglie di sinti italiani. Il 23 dicembre 1990 la banda detta “della Uno bianca” ha sparato contro le roulotte, uccidendo due sinti e ferendo una donna e una bambina kosovare. In seguito all’attentato il campo è stato dismesso; le famiglie kosovare sono state alloggiate in altri insediamenti, tra i quali soprattutto quello di via Larga e quello di S. Caterina, e lì hanno alloggiato per più di un decennio. Il 3 aprile 2001 un incendio sviluppatosi in una baracca nel campo di S. Caterina, a Bologna, ha determinato la morte di due bambini di 3 e 2 anni, Amanda e Alex Besic. In seguito a quest’avvenimento il Comune di Bologna ha smantellato gli insediamenti autorizzati e gli aventi diritto hanno goduto dell’assegnazione di appartamenti popolari, per lo più nel quartiere del Pilastro. Assegnazione per la quale la maggior parte delle famiglie era in lista d’attesa da molti anni: quasi tutti i rom kosovari presenti a Bologna lavoravano regolarmente, soprattutto come dipendenti di imprese di pulizia, ed erano in regola con le norme relative alla presenza di stranieri in Italia. Il Pilastro, che era già un quartiere di immigrati, soprattutto siciliani, ha conosciuto una sensibile riplasmazione in ragione della nutrita presenza di rom kosovari, che si sono integrati con complessiva tranquillità nel tessuto sociale, composto soprattutto da siciliani ma anche da bolognesi di vecchia generazione, immigrati dalle province limitrofe e dalla campagna, dal sud d’Italia, da altri paesi stranieri. In conseguenza della morte di Amanda e Alex i legami di comunità si sono rinsaldati, in modo nuovo e diverso: oltre i consueti rapporti di parentela e di alleanza tra famiglie. Collettivamente, i rom provenienti dal Kosovo hanno deciso e organizzato una manifestazione pubblica, in centro città, nella quale non chiedevano nulla di concreto per sé: rivendicavano, per la famiglia dei bambini e per l’intera comunità, un rapporto più organico e disteso con le istituzioni e coi cittadini, una possibilità di confronto e di restituzione, in termini di dignità collettiva. Queste intenzioni, perseguite con fatica e con difficoltà, non hanno prodotto risultati evidenti nei rapporti con le istituzioni. Ma da questi avvenimenti, e dallo smantellamento dei “campi”, sostituiti da alloggi popolari in quartieri periferici, ha preso le mosse un processo di riorganizzazione delle relazioni interne e con l’esterno, di riflessione sulla propria identità relazionale che ha portato, tra l’altro, al tentativo di costruire una propria rappresentanza pubblica e ad una nuova e diversa attenzione per le dinamiche culturali. Nel 2009 i rom kosovari presenti a Bologna (come, autonomamente ma in contatto con questi, quelli residenti a Trento) hanno costituito un’associazione culturale, denominata “Amarò ternipé” (letteralmente: “La nostra gioventù”), che ha, a loro dire, lo scopo di favorire l’integrazione in città dei loro figli e nipoti: i quali, cresciuti a Bologna, hanno bisogno, per meglio articolare la relazione con gli altri, di mantenere e alimentare la propria memoria. Hanno costituito una squadra giovanile di calcio e un corpo di ballo femminile, ma hanno anche iniziato a pensare alla necessità di archiviare i documenti sonori e visivi della comunità e di utilizzarli per la costruzione della propria storia, di rom kosovari e di italiani.[7]

Fadil Drini, fondatore e presidente dell’associazione, spiega che al Pilastro oggi vivono più di venti famiglie. L’idea alla base della creazione di un’associazione di e per i rom kosovari del  Quartiere, è quella di offrire ai propri figli nati a Bologna una sufficiente integrazione con la popolazione locale. La squadra di calcio maschile (“Amarò Ternipé”) e il gruppo di danza di bambine e ragazze (“Amarò Phejà”, “le nostre sorelle”) hanno l’obiettivo di conservare, ricordare e tramandare le proprie tradizioni d’origine, la propria storia, la propria identità culturale. Ciò è ancor più importante per i giovani; costoro, come osserva anche Fadil, lasciano la scuola precocemente e non sempre riescono a trovare un’occupazione lavorativa; creare uno spazio per loro, all’interno del Pilastro, è un’occasione di condivisione e di crescita.

Oltre a questo, va rilevata l’esistenza di altre forme di integrazione e comunicazione interculturale, mediate essenzialmente dalla musica e non istituzionalizzate. L’attività musicale professionale è tra i mestieri di tradizione dei rom, in Kosovo: attività che alcune famiglie hanno continuato a tramandare al proprio interno anche in Italia. E i giovani, cresciuti a Bologna, a questa attività hanno affiancato la frequentazione delle scuole italiane, l’amicizia e la frequentazione di altri bambini e ragazzi italiani, o immigrati da altri paesi. Così nei quartieri di residenza (soprattutto San Donato e il Pilastro) si sono sviluppate attività musicali condivise da ragazzi di varia provenienza, che hanno come luogo di ritrovo e di produzione musicale box d’auto riadattati o cantine. In questi luoghi i linguaggi musicali si sovrappongono e si mescolano; spesso i ragazzi rom, che per tradizione familiare hanno capacità tecniche musicali particolarmente sviluppate, diventano le guide, i principali protagonisti di una vita culturale intensa ancorché sommersa e poco visibile. La quale contribuisce, ogni anno di più, a generare flussi di cultura musicale specificamente bolognesi, ancorché di natura e formazione estremamente variegati.

 

QUANDO LA MUSICA RACCONTA L’IMMIGRAZIONE: PROSPETTIVE INDIVIDUALI E MUSICALI CONDIVISE

 Nuove generazioni e musica al Pilastro: quando dal margine si arriva al centro.

Il Pilastro,[8] zona periferica del Quartiere San Donato, è un’area caratterizzata da una forte presenza di nuovi cittadini. Se a partire dagli anni Settanta a costituire il tessuto sociale del Pilastro erano soprattutto i migranti provenienti dall’interno – la penisola italiana – oggi l’impronta più decisiva viene dalle famiglie immigrate da altrove. Sono, prevalentemente, rom provenienti dal Kosovo e Montenegro – giunti a Bologna nel periodo della guerra in ex Jugoslavia – a cui si sommano i cittadini provenienti dall’Africa nord-occidentale.

Questa peculiare stratificazione e sovrapposizione, all’interno dello stesso territorio, di gruppi etnici, abitudini e generazioni diverse ha, talvolta, comportato dinamiche e criticità proprie di tante altre periferie: paure e pregiudizi, difficoltà di comunicazione tra le generazioni e tra i generi.

La stessa immagine del Pilastro si è costruita sulla scia di avvenimenti riportati nelle cronache nazionali e una serie di atti vandalici contro le strutture pubbliche,[9] spesso letti in relazione a problemi di integrazione sociale tra gli abitanti. Tutto ciò ha contribuito ad una rappresentazione del quartiere come luogo poco sicuro, degradato e marginale e ha creato situazioni di ghettizzazione.

Tuttavia, la realtà del Pilastro è senza dubbio cambiata. Oggi, a fianco dei consistenti insediamenti residenziali sorgono vaste aree verdi, zone adibite allo sport, un centro commerciale, luoghi di aggregazione e di svago.

Grazie alla forte politica sociale ed educativa attuata nell’area, volta soprattutto allo sviluppo dell’integrazione, il quartiere ha realizzato condizioni favorevoli per gli abitanti.

L’associazionismo, elemento notevole in questa zona della città, attraverso l’azione concreta delle organizzazioni culturali e sportive ha incoraggiato la “convivenza” tra le diverse etnie.  Vanno evidenziate pure le iniziative delle cooperative che si occupano di adolescenti[10] e le scuole che, collaborando in modo sinergico con le varie associazioni, intervengono sul versante dell’integrazione tra le nuove generazioni.[11]

Queste ultime, le nuove generazioni, rappresentano al Pilastro non solo le principali fautrici del cambiamento ma anche un ponte attraverso cui riuscire a favorire il dialogo intergenerazionale.

I giovani del Pilastro, ragazzi e ragazze di età e provenienza diversa, si presentano oggi come soggetti attivi; pronti a sperimentare nuove realtà e nuovi modi di stare insieme, ad interagire in spazi e dimensioni inedite, a riqualificare il proprio tempo libero.

Questo particolare attivismo nella fascia giovanile spesso ha il suo fondamento nei loro stessi interessi e competenze, soprattutto in campo artistico e musicale, e nella capacità di trasformare le loro passioni in occasioni di crescita.

Una di queste occasioni di cui va fatta particolare menzione è il progetto Diklipé (“sguardo” in lingua romané) che, nel 2009, ha coinvolto un team di educatori del Servizio Sociale e una decina di giovani ragazzi e ragazze del Pilastro. Il fine del progetto era quello di sostenere il gruppo di giovani affinchè diventasse autonomo sino ad arrivare a formare, alla fine del percorso, l’Associazione di Promozione Sociale “Blanco”, nel 2010.

“Katun boys” (letteralmente: “i ragazzi della giostra”) o “Katun party”:[12] questi i nomi con cui il gruppo ha deciso di identificarsi. Essi sono tutti residenti al Pilastro, di origine italiana, marocchina e con prevalenza di ragazzi di origine rom, dal Kosovo e dal Montenegro (e questo spiega anche la scelta di parole in lingua romané per identificarsi). Pur nella diversità che li caratterizza in termini di cultura, lingua, abitudini si sono presentati al quartiere e alla città come un gruppo coeso e autonomo. Hanno “usato” la loro musica, quella “balcanica” soprattutto rap in albanese e in romané, la musica dei loro cantanti preferiti come Sevcet, la danza e il teatro come strumento e terreno di comunicazione, sfatando il mito della periferia come luogo difficile, da vivere e da cui uscire.

Ottenuta una sede amministrativa, una sala del centro commerciale del Pilastro concessa dal Quartiere San Donato, i ragazzi hanno potuto gradualmente gestire in totale autonomia le loro attività. Queste comprendevano soprattutto allestimenti e preparazioni di feste a tema, esibizioni di danza, composizione di canzoni, improvvisazioni teatrali e rappresentazioni cinematografiche incentrate sui temi della cittadinanza attiva e del dialogo tra culture.

Da una dimensione periferica, a volte marginale – quella di essere giovani, stranieri e vivere al Pilastro – i “Katun boys” da un lato hanno saputo valorizzare l’arte come strumento di crescita personale e lavorativa, dall’altro hanno avuto un ruolo centrale nella relazione con gli altri, con la città, sviluppando una fitta rete di contatti e amicizie.

Si sono confrontati con i loro coetanei, non solo di Bologna, e con figure professionali, realizzando animazioni in contesti diversi da quelli conosciuti. Hanno fatto, per esempio, trasferte in giro per Bologna e per l’Italia; hanno girato (al Teatro Agricolo di Montevaso, a Pisa) il cortometraggio “Una serata strana – storia tra realtà e sogno sul tema dell’identità negata” in collaborazione con Daniel Romila, giocoliere della scuola di Miloud Oukili, e la consulenza registica dell’attrice bolognese Sandra Cavallini.[13] Hanno realizzato, durante la festa annuale del solstizio d’estate organizzata da Coop Attività Sociali, animazioni insieme ad anziani e ragazzi diversamente abili. Hanno organizzato feste con musica e spettacoli teatrali presso sedi non istituzionali, a partire dallo spazio autogestito di Via Paolo Fabbri, il Vag61, con cui il gruppo era già entrato in contatto l’anno precedente e con cui aveva realizzato dei filmati.[14] Altre attività si sono svolte anche presso il Sottotetto e lo Scalo San Donato di Bologna.

Oggi, tutti i ragazzi del gruppo “Katun boys” hanno superato i vent’anni e l’Associazione “Blanco”,[15] fondata all’nizio del 2010,  non si è sviluppata nel tempo.

Ma ciò non ha impedito ad alcuni di questi ragazzi, a partire dall’iniziativa di Goran Llukaci,  di continuare a fare musica insieme, in contesti informali, privatamente, cercando e creando un loro spazio.

 

Goran e la musica de “Ciusma record”: tra il passato e il presente

 Goran Llukaci ha ventisei anni e vive attualmente con la propria famiglia nel Quartiere San Donato di Bologna.

È di origine rom ed è nato in Kosovo. All’età di tre anni si è trasferito con tutta la famiglia a Bologna. Era la fine degli Ottanta, quando in Kosovo l’equilibrio politico-sociale, già precario, cominciò a peggiorare sfociando poi nella guerra del 1999.

Insieme alla sua famiglia ha vissuto prima in un campo nomadi, poi nelle case popolari del Quartiere. La sua famiglia in passato ha subito più volte e variamente alcune tra le più gravi conseguenze delle condizioni di vita e dell’emarginazione cui sono spesso soggetti gli immigrati rom: nel 1990 la madre è stata gravemente ferita nell’attentato della banda della Uno bianca al campo di via Gobetti; nel 2001 un incendio al campo di S. Caterina ha provocato la morte dei suoi nipotini Amanda e Alex, figli della sorella.

Goran ha frequentato le scuole fino alla prima superiore, ma all’età di quindici anni ha abbandonato gli studi per lavorare e contribuire così al sostentamento della famiglia. Ha lavorato prima nella ristorazione, poi nel ruolo di educatore in una scuola elementare, impiegando anche le sue competenze musicali; di tanto in tanto riusciva ad  organizzare dei laboratori di musica dove insegnava ai bambini a suonare il darbouk. Oggi, purtroppo, è rimasto senza lavoro. Ha maturato, per proprio conto e a partire dalle competenze sviluppate nell’ambito degli strumenti musicali elettronici, una certa abilità informatica: per cui è diventato una sorta di consulente tecnico per una vasta comunità di ragazzi della sua generazione, italiani e immigrati, per i quali ripara hard disk e computer, installa software, tiene dei corsi informali di uso delle macchine e dei programmi.

Goran è cresciuto insieme ad altri ragazzi, italiani e stranieri, e con alcuni di essi ha condiviso anche l’esperienza di due associazioni e gruppi musicali: i “Katun boys” e l’Associazione “Blanco”. Di quest’ultima facevano parte, oltre a Goran, altri sei ragazzi (Besart, Ismail, Lindi originari del Kosovo, Denis e Seba dal Montenegro, Mohamed dal Marocco) e due ragazze (Mouna dal Marocco e Martina, italiana, cresciuta con i genitori al Pilastro).

Ognuno di loro, ha contribuito con le proprie idee, passioni e competenze artistiche nelle attività di “Blanco”. Goran era il più grande, un vero e proprio leader: una delle voci soliste del gruppo, suonava la tastiera, era appassionato di musica e di tecnologia. Si occupava inoltre dell’organizzazione degli spazi e delle prove del gruppo ma anche delle colonne sonore, la scelta dei brani musicali, la loro registrazione e incisione. Ismail era invece il percussionista del gruppo, suonava il darbouk. Denis si occupava delle esibizioni coreografiche mentre Mouna e Martina erano le ballerine del gruppo. Tutti i ragazzi cantavano e ballavano insieme.

Ma, come spiega Goran: “il periodo del Katun e Blanco era una parte della nostra adolescenza, ora siamo maggiorenni, adulti e le nostre vite sono molto cambiate”.

Alla fine del 2010 infatti, è giunto al termine il contratto che concedeva loro una sede per le attività dell’Associazione; a questo si sono aggiunte le trasformazioni avvenute nella loro vite personali. Il gruppo si è diviso, molti di loro si sono sposati, hanno una famiglia e di conseguenza maggiori responsabilità a cui rispondere e minor tempo libero a disposizione. Alcuni dei ragazzi poi, non vivono più a Bologna.

Il passaggio alla maggiore età implica, in termini generali, una transizione ad uno status, ad una condizione di pienezza e di maturazione, una trasformazione del proprio ruolo cui l’adolescente aspira, ma solo l’adulto possiede. Quasi come se il tempo marcasse da un giorno all’altro l’entrata a tutti gli effetti nel mondo adulto. Ma è evidente che la condizione di adulto tra i giovani italiani è diversa da quella dei giovani di origine rom o marocchina; questi rispondono a valori e regole proprie della comunità a cui appartengono e a cui fanno riferimento, vivono più di altri le contraddizioni della loro età e di “gruppo etnico” collocato in un paese straniero. Ciò consiste anche nell’essere, a vent’anni, già madri e padri con figli. Goran, pure, è sposato e ha due figli.

Un’altro tema che emerge in modo molto forte tra questi giovani è la difficoltà – in quanto stranieri – e pur essendo cresciuti in Italia, ad esser regolarizzati e ad avere un permesso di soggiorno. Questo aspetto, che chiaramente non è presente nella vita dei giovani italiani, è un problema reale con cui devono quotidianamente scontrarsi i ragazzi stranieri. E questo si riflette in una continua perdita di possibilità: meno possibilità di avere autonomia, di trovare lavoro.

Questi cambiamenti legati alla vita personale di ognuno ma anche alla non possibilità di continuare a partecipare ai progetti gestiti dagli operatori sociali – in quanto esplicitamente rivolti alla minore età – non hanno, come si diceva, messo un freno alla voglia di continuare a far musica insieme.

Spinti da una passione condivisa, Goran insieme ad altri quattro amici di vecchia data – Denis, Seba, Besart, Momo (Mohamed) – hanno deciso di formare il gruppo “Ciusma Record”. “Ciusma”, perché questo era il soprannome del loro amico Ismail, venuto a mancare poco tempo prima e a cui i ragazzi hanno deciso di dedicare questo spazio.

Il gruppo, composto da ragazzi giovani tra i ventiquattro e i ventisei anni, si è formato di recente, a novembre del 2011, quando Goran ha avuto l’idea di ricavare da un garage inutilizzato uno studio di registrazione. I ragazzi hanno lavorato insieme per creare una cabina sonorizzata e ognuno ha contribuito, inizialmente, con fondi propri all’acquisto delle prime attrezzature: casse, microfoni, un computer.

Per riuscire ad avere il denaro necessario ad ultimare i lavori del garage i ragazzi hanno deciso di mettere il loro studio di registrazione a disposizione di altri gruppi. A Bologna infatti, spiega Goran, ci sono alcune band come i “Bad Gentlemen” e “Inoki” che sempre più spesso si rivolgono a lui per il suo garage.

I “Ciusma Record” fanno musica “da giovani, R&B moderna e soprattutto pop” dice Goran. Non fanno cover di brani già conosciuti ma scrivono da sé i testi delle loro canzoni, mettendo insieme le loro idee e confrontandosi, in modo originale e creativo, prendendo soprattutto spunto dalle loro vicende personali e da ciò che li circonda: la gioventù, la società, l’amore. I ragazzi compongono dall’inizio alla fine le loro canzoni, trovano le basi musicali più adatte, cantano e registrano creando un po’ alla volta un loro repertorio. Tutto questo con l’uso di tre soli strumenti: la tastiera di Goran, la voce di tutti i ragazzi, il computer.

Alcuni aspetti legati alla musica ricalcano le esperienze di gruppo vissute durante l’adolescenza: cantare e suonare insieme, il consolidamento dell’identità di gruppo, la valorizzazione del proprio spazio e del proprio tempo.

D’altra parte, va notato che qualcosa è cambiato nel loro “fare e vivere” la musica. Se prima – all’interno di un gruppo socio-educativo con un progetto condiviso – l’obiettivo del percorso era quello di incoraggiare un’apertura verso l’esterno, la città e tra le generazioni, ora i ragazzi sentono l’esigenza di crearsi una loro dimensione, più privata e personale. Goran racconta che ciò che fanno oggi nella loro sala prove lo fanno per sé stessi. Non hanno un progetto definito, non suonano in pubblico, per la città e per altri giovani ma suonano per divertirsi. Musica per sé vuol dire anche affrontare gli aspetti più delicati della propria vita con leggerezza, raccontare con una canzone le proprie preoccupazioni, inciderla e riascoltarla per capire come sia cambiato completamente il modo di porsi rispetto al mondo.

A fianco della musica vissuta con gli amici del “Ciusma Record” Goran, come spesso succede per chi viene da altrove ed è inserito in un contesto diverso da quello di origine, avverte il bisogno di rivedere la propria storia, la propria identità – individuale e di gruppo – e  la necessità di riportare la musica della propria tradizione nel contesto in cui è cresciuto.

Capita di frequente che egli metta le sue competenze musicali a disposizione della sua comunità, i rom del Kosovo e del Montenegro che risiedono a Bologna e in altre regioni d’Italia, durante la celebrazione delle loro feste, soprattutto nozze e circoncisioni.

Pare opportuno sottolineare il ruolo che la musica svolge all’interno delle comunità rom, nei loro luoghi d’origine come in quelli d’arrivo.

I rom, all’interno delle società in cui vivono e agiscono sono caratterizzati da una forte identità sociale che nasce dalla capacità, in passato come nel presente, di salvaguardare la propria specificità nei valori, abitudini, lingua e musica.

Tradizionalmente, la pratica musicale professionale è tra le attività proprie dei rom: essi sono interpreti specializzati delle tradizioni locali di cui conservano le tradizioni antiche ma sono anche i principali artefici del cambiamento nella musica.[16] La costante ricerca e relazione con elementi – non solo musicali –  nuovi ed estranei esprime questa tensione continua tra la tradizione e l’innovazione, il rivitalizzarsi attraverso l’interscambio di elementi assorbiti dall’ambiente circostante.

In Kosovo, per esempio, lo straordinario talento dei musicisti rom è condiviso da tutti; sia dal pubblico che dagli stessi musicisti. È riconosciuta e apprezzata la loro superiorità come musicisti anche dagli altri gruppi etnici presenti sul territorio, per i quali  in molti casi eseguono le loro performance con l’aspettativa di un compenso.  Questa professionalità a loro attribuita non va considerata nei limiti dell’abilità tecnica ed esecutiva nel “fare musica” ma ha un valore profondo; è un intero sistema di valori, di una concezione del mondo, di un’identità culturale che vengono messi in atto attraverso la musica. Essa stessa diventa lo strumento privilegiato con cui ogni comunità etnica del Kosovo definisce sé stessa. Questo spiega anche perché la presenza dei musicisti rom sia necessaria nelle occasioni sociali più importanti. Essi sono di fatto indispensabili nello svolgimento delle feste; sulla loro musica si snodano i momenti chiave dei rituali di nozze e di circoncisione.[17] Questi rappresentano i momenti di ritrovo più importanti delle comunità in cui il principale veicolo di comunicazione non è dato tanto dalla parola quanto dalla musica.

Allo stesso modo, nella vita quotidiana, presso le comunità rom, la musica è una presenza costante. Questa scandisce il ritmo della giornata, è il nucleo attorno al quale ruotano gli impegni più importanti, è il luogo in cui i propri valori e saperi vengono esplicitati  ma anche le ragioni che definiscono i confini entro i quali riconoscersci.

Data la pregnanza e il ruolo centrale dell’attività musicale, alcune famiglie rom anche in Italia hanno continuato a tramandarla ai propri figli. Capita, non di rado, che i bambini e le bambine a fianco delle attività quotidiane pratichino anche attività musicali; costoro, pur essendo cresciuti in un luogo diverso, hanno sviluppato notevoli competenze tecniche musicali e la capacità di sovrapporre e affiancare linguaggi sonori differenti.

Goran pure ha assimilato fin da piccolo la musica della sua tradizione in famiglia, oralmente, attraverso il gesto, il suono e la memoria.

I bisnonni erano musicisti, la nonna era una defatora (“suonatrice di tamburello”), il padre suonava professionalmente il banjo, l’oud e la chitarra e il fratello, che ora vive in Germania, fa il cantante e suona la tastiera per le feste delle comunità rom che lì vivono.

Dal fratello Goran ha appreso la professione di musicista. Come racconta, durante l’infanzia lo accompagnava alle feste:

 “mio fratello lo seguivo da piccolo, sentivo come suonava la tastiera, andavo ad orecchio perché non so leggere la musica, prendevo spunto da lui e mi esercitavo”.

È successo pure che la competenza musicale di Goran sia stata richiesta presso altre comunità straniere residenti a Bologna. Come racconta:

 “Ho suonato anche a una festa rumena. Per le feste i ritmi delle musiche tradizionali sono già dentro la tastiera. Si la loro musica è un po’ diversa, infatti quella volta meno male che c’era un ragazzo rumeno che cantava e io lo seguivo!”

Questo breve sguardo sulle vicende di Goran e degli altri ragazzi che vivono al Pilastro racconta con chiarezza quali siano le sfide che i giovani di seconda generazioni devono affrontare. Crescere in un ambiente e poi spostarsi in un Paese per molti aspetti diverso dal proprio (per lingua, cultura, abitudini), cercare una propria dimensione identitaria che coinvolge sia la vita personale, sia il vissuto sociale dei diversi contesti di appartenenza (famiglia, gruppo di amici, ambiente lavorativo), farsi riconoscere, valorizzare, accettare.

I giovani di seconda generazione si trovano così a vivere più dimensioni contemporaneamente e quasi mai hanno a disposizione gli strumenti necessari.

Il linguaggio musicale diventa così uno dei mezzi privilegiati per ribadire la propria identità e, a un tempo, provare a oltrepassare i confini culturali, linguistici, generazionali per istituire relazioni con la società ospitante.

La musica, nel caso specifico della comunità rom, è parte integrante della storia e della tradizione. È necessario ricordarla, conservarla e tramandarla perché carica di significati identitari propri di un gruppo etnico che, proprio perché marginale e minoritario, ha bisogno di definire i propri confini, di articolare le distanze con l’esterno.

 

 José de la Cruz e la musica nella comunità peruviana

 Breve nota sull’immigrazione peruviana a Bologna

 Alla fine degli Ottanta l’Italia conobbe la prima ondata migratoria peruviana,[18] quando l’immigrazione a Bologna era ancora un fenomeno circoscritto.

Fu però alla fine degli anni Novanta che il capoluogo emiliano cominciò a registrare un crescente afflusso dal Perù, con un incremento a partire dal 2001 che ha portato i peruviani a oltre 1200 residenti al 2011.[19]

Oggi la presenza dei cittadini peruviani a Bologna, i cui principali paesi d’origine sono quelli dell’area andina, si concentra soprattutto nella prima periferia a nord-est nelle aree di Via Ferrarese e Piazza dell’Unità, oltre a due importanti concentrazioni nei quartieri Saragozza e Savena (Via XXI aprile e Bitone).

Spinti ad emigrare a causa sia di problemi di ordine economico che di ordine sociale, i componenti la comunità peruviana presente a Bologna  – così come molti altri immigrati stranieri – pur in possesso di qualifiche e di titoli universitari conseguiti al loro paese d’origine, nella maggioranza dei casi trovano lavoro come assistenti d’anziani o collaboratori domestici.

Soprattutto nel primo periodo di immigrazione, un aiuto sostanziale per l’inserimento arriva dalle reti familiari e amicali già presenti sul territorio; a questo si somma l’aiuto della Chiesa Cattolica e delle varie Associazioni peruviane.[20]

Trovandosi a vivere in un luogo diverso e lontano dal proprio paese d’origine, la  dimensione lavorativa e con essa la necessità di guadagnare denaro sufficiente per sé stessi e per la propria famiglia e il desiderio di affermazione sociale assorbono gran parte della vita quotidiana. Tuttavia, la comunità peruviana, si presenta nel nuovo contesto come sempre più organizzata e coesa, in grado di adattarsi a modi di vita differenti pur senza rinunciare ai propri valori e abitudini.

Il Perù è un paese fortemente cattolico, anche se questo non esclude la presenza di un culto più “popolare”, legato alla tradizione andina. Questa forte devozione  accomuna la maggioranza dei peruviani immigrati. Essa si manifesta con la credenza in Dio, nei culti cristiani, nei Santi Patroni, in onore dei quali vengono organizzate processioni e feste organizzate dalle varie confraternite, nella celebrazione della Messa.

L’intensa religiosità peruviana certo contribuisce fortemente a rafforzare l’identità collettiva, ma pure la fede vissuta individualmente e condivisa con gli altri facilita l’integrazione.

Tra le feste, in ambito religioso, la più importante è quella del Señor de Los Milagros.[21]

A Bologna la celebrazione di questa festa, anche grazie alla musica, suonata dalla banda bolognese “Rossini”, coinvolge un numero sempre maggiore di partecipanti e di spettatori. La processione diventa un modo per creare uno spazio di interazione condiviso tra peruviani ed italiani.

 

José: musica nel quotidiano e il “Trio los Cinco”

 José de la Cruz Tapia (Pepe), è un ragazzo di 38 anni originario di Lima (Perù).

È arrivato in Italia oltre 10 anni fa spinto dalla situazione sempre più difficile ed economicamente insostenibile del proprio paese.

A Bologna dal 2001, lavora come impiegato da 8 anni presso l’ Ikea di Casalecchio di Reno.

José ha formato da pochi anni un gruppo musicale: il Trio los Cinco, in cui canta e suona gli strumenti a fiato tipici della tradizione peruviana. Non è un musicista professionista, ma la musica del suo paese d’origine è parte integrante della sua vita quotidiana.

Appena arrivato a Bologna la musica è stata uno degli strumenti principali con cui ha iniziato a costruire nuove reti amicali, con i suoi connazionali e non, nei luoghi a lui più prossimi: al lavoro, nelle associazioni culturali peruviane, in chiesa.

 “Non ho un rapporto strumentalmente stretto con la musica…cioè non sono un professionista di musica. Con la musica ho iniziato quasi 25 anni fa quando alla scuola media per un corso ho iniziato a suonare la zampoña [flauto di Pan] e la quena [flauto a tacca],  sono strumenti a fiato. Avevo dodici o tredici anni…poi mi sono dimenticato… però ero sempre a contatto con la musica.

In Perù, sì adesso ci sono le scuole di zampoña di quena di charango. Ma a chi piace la musica si butta e comincia a fare un po’ di musica. Non è difficile, l’importante è che ti piaccia, se ti piace lo riesci a fare ma se non ti piace…anche con tutta la buona volontà…non riesci a far niente.

La musica mi piace! Quella folklorica, la salsa, quella peruviana, la musica tipica del mio paese, la musica caraibica.

E poi quando sono arrivato a Bologna, soprattutto quando ho iniziato a lavorare all’Ikea ho conosciuto un ragazzo peruviano, Raoul, e lui sì che è cresciuto con la musica!

Lui suona di tutto; quena, zampoña, charango, chitarra e un po’ di pianoforte

Quando ho conosciuto Raoul abbiamo cominciato a ricordare  gli inizi. Infatti negli anni ’80 la musica sudamericana folkloristica era nel boom!

A fine anni ’80, inizi ’90 i gruppi folkloristici peruviani che facevano musica latino-americana, venivano in Europa e suonavano in tutte piazze; Raoul per esempio è arrivato in Germania e ha girato per tutta la Germania con il suo gruppo.

E negli anni ’80 io ero a scuola in Perù alle scuole medie e ascoltavo quella musica e anche se non la suonavo, la cantavo, la sentivo perché mi è sempre piaciuta…poi quando mi sono trovato con Raoul, abbiamo cominciato a ricordare questa musica degli anni ’80, a parlare delle canzoni, a parlare dei gruppi che suonavano in quel periodo in Europa e negli Stati Uniti, a parlare degli strumenti che sapevamo suonare.

Con lui ho ricominciato a ricordare questi strumenti, ho cominciato a fare un po’ di musica con lui, quello che mi veniva in mente, ho cominciato anche a fare le mie ricerche  su Internet, a ricordare tutto quello che avevo fatto prima, le melodie e abbiamo proposto di suonare durante le feste peruviane”.

Infatti nel 2001, arrivato a Bologna e attraverso l’attività delle Hermandades, José viene invitato dai suoi connazionali a formare la Confraternita Señor de Los Milagros[22] con l’obiettivo di organizzare alcuni incontri per raccogliere fondi con cui poi organizzare la festa religiosa, che si svolge ogni anno indicativamente nel mese di ottobre nella città di Bologna.[23]

Già in Perù, durante l’adolescenza José aveva preso parte a questa festa.

 “È una grande festa peruviana che si fa qui ogni anno ad ottobre in Via Zamboni

all’ Oratorio San Donato e andiamo a fare la nostra messa alla Chiesa di San Bartolomeo.

Essendo io responsabile di quella Confraternita in quegli anni, cercavamo in qualche modo di fare le nostre feste e per renderle più belle abbiamo deciso di introdurre un po’ di musica.

Quindi ho contattato un altro ragazzo messicano che suona la chitarra, abbiamo fatto un trio e ogni anno cercavamo di fare le nostre presentazioni con musiche peruviane!

Adesso c’è anche un’Associazione peruviana che organizza la festa d’Indipendenza del Perù, il 28 luglio, e mi hanno chiesto di organizzare un gruppo con dei ragazzi e di suonare con loro al “Centro Zonarelli”; facciamo musica peruviana, tradizionale, andina!”.

 Il riferimento all’esperienza di José sulle feste peruviane a Bologna è utile perché aiuta a comprendere come i migranti si mettono in relazione con la città ricostruendo spazi perduti, come avviene attraverso la commemorazione dell’Indipendenza del Perù e la processione religiosa dedicata al Señor de Los Milagros.

Quest’ ultima non è solo una tra le cerimonie religiose più importanti del suo paese ma è  significativa  anche per quanto riguarda la complessità dei codici che adopera quando viene riprodotta in un paese straniero instaurando un contatto esplicito tra la comunità immigrata e la città, lo spazio urbano e i suoi abitanti.

È un’occasione per stare insieme, per incontrarci e per far vedere la nostra festa e coinvolgere tutti con la musica, peruviani, italiani”, spiega il nostro interlocutore.

La processione diventa così non solo un evento religioso ma anche un atto di materializzazione spaziale della propria identità, in cui si mescolano diversi desideri culturali; favorire l’integrazione di tutta la comunità peruviana, stabilire una storia locale attraverso un evento che si ripropone ogni anno,  rendersi visibile in quanto gruppo immigrato alla società ospitante, riaffermare la propria identità, il cui riconoscimento non deve venire solo dal popolo peruviano ma anche dall’altro, dall’esterno, dalla comunità italiana.

I cittadini di Bologna, d’altra parte, partecipano attivamente alla processione religiosa. Tradizionalmente, la colonna sonora della processione sono le marce dedicate e create appositamente per il Señor de Los Milagros. L’accompagnamento musicale viene fornito da una banda bolognese, la banda “Rossini”, che segue la processione. Sulla musica, vengono intonati l’Himno al Señor de Los Milagros e l’Inno Nazionale del Perù.[24]

Un tale coinvolgimento da parte della città dimostra come la popolazione di origine latinoamericana abbia raggiunto in Italia, attraverso un percorso amicale, a volte festaiolo, un buon livello di integrazione. Questo, come succede con la festa annuale del Señor de Los Milagros, è determinato anche dalle affinità religiose, oltre che linguistiche.

L’identificazione religiosa, come punto di contatto tra la comunità peruviana e la società d’accoglienza, agevola la vicinanza e il riconoscimento.

La festa diventa così un’occasione speciale per ritrovare i propri connazionali, per creare nuove amicizie e per annullare le distanze sociali e culturali che l’immigrazione inevitabilmente comporta. La musica –  come anche la religione – in questa occasione ha un ruolo fondamentale: contribuisce a rafforzare la propria identità e a creare uno spazio rappresentativo della collettività teso ad un continuo dialogo con il paese ospitante.

È proprio a partire dall’esperienza delle feste organizzate dalla Confraternita Señor de Los Milagros che José ricomincia a suonare, non più occasionalmente ma tutte le volte che ha un po’ di tempo a disposizione, all’inizio solo con Raoul, poi con il coinvolgimento di altri ragazzi. Ed è così che si forma un vero e proprio gruppo musicale: il Trio los Cinco (“trio il cinque”).

 “Nel 2005 io e Raoul abbiamo cominciato a fare delle prove e a suonare insieme. Abbiamo chiamato anche un ragazzo paraguayano che io già conoscevo, abbiamo cominciato a fare le nostre presentazioni con due-tre canzoni durante le feste della Confraternita, e lui (Raoul) già lavorava con un gruppo che si chiamava “Gorada”, e suonava in piazza e vendeva i dischi con le loro canzoni. Allora gli ho proposto di suonare insieme con lui.

Però purtroppo in quel periodo, nel 2006, ho avuto dei problemi familiari e sono stato costretto a smettere di suonare per un po’, fino al 2008. È stato un periodo davvero difficile. Poi, dal 2008, mi sono rimesso in contatto con Raoul e nel 2009 ho parlato con Miguel, il ragazzo paraguayano, e abbiamo cominciato a fare musica tra noi tre, fino all’anno scorso.

Abbiamo fondato un gruppo nostro, siamo tutti ragazzi del lavoro, siamo in 5 e 4 di noi lavorano all’Ikea di Casalecchio: Paolo, il ragazzo che è entrato da poco, da 4 o 5 mesi, lavora da solo e fa musica con le percussioni e facciamo musica latino-americana. Abbiamo iniziato a fare non solo musica del Perù ma anche del Cile, musica sempre folkloristica ma di tutti i paesi sudamericani: del Cile, del Venezuela, Bolivia, Paraguay. Facciamo un tipo di musica sudamericana e sempre folklorica.

Io sono l’unico peruviano che non ha un’altra cittadinanza, l’altro ragazzo peruviano – Raoul – ha la cittadinanza svedese. L’altro ragazzo, Miguel, è del Paraguay e gli altri due ragazzi – Romano e Paolo – sono bolognesi. Romano suona la chitarra e Paolo suona tutte le percussioni: bongo, bombo, vari strumenti. Lui è un vero e proprio studioso delle percussioni!

Io le percussioni le suono, ma non a livello professionale. Neanche la zampoña e la quena. Ho imparato da me, è quello che ho imparato da scuola e poi ho lasciato. È così, impari un po’ alla volta e vai ad orecchio.

Nel 2004 eravamo solo io e Raoul. Ogni tanto veniva anche un ragazzo messicano che non suona più, ma eravamo senza nome. Dal 2008 si è aggiunto questo ragazzo paraguayano (Miguel). All’inizio ci chiamavamo “Basta in Dos” perché scherzavamo e dicevamo che eravamo in tre ma alla fine rimanevamo sempre in due perché Raoul era sempre impegnato! 

Poi quando si è aggiunto Romano, il ragazzo italiano con cui lavoro, abbiamo avuto l’idea di mettere il nome “el Trio los Cuatro” …solo che poi è arrivato l’ultimo ragazzo …e allora “Trio los Cinco!”.

Nato di recente e in modo spontaneo con alcuni colleghi di lavoro dell’ Ikea, il gruppo di cui fa parte José è estremamente variegato: riunisce ragazzi di età, cultura, lingua e religione diversa.

Il denominatore comune è la passione per la musica sudamericana, che suonano e cantano tutti i componenti del gruppo, siano essi professionisti o non.

Il gruppo, nato con l’intenzione di suonare strumenti “de viento”ovvero strumenti a fiato, utilizza invece svariati strumenti musicali:

 “Io mi occupo dei fiati: quena e zampoña. Nella zampoña ci sono strumenti più piccoli; c’è la cinni che è lo strumento più piccolo, poi quello medio si chiama manta, poi c’è basto e poi il più grande si chiama tojo e io suono quelli.

Il ragazzo peruviano [Raoul] suona tutto: chitarra, charango e poi tutti gli strumenti a fiato.

L’altro ragazzo paraguayano [Miguel] fa un po’ di percussioni e canta, ha una voce molto bella ed è anche molto bravo!

Romano, il ragazzo bolognese, suona la chitarra e l’altro ragazzo italiano, Paolo, suona tutte le percussioni”.

I componenti del gruppo suonano nel loro tempo libero, quando hanno la possibilità di riunirsi a casa di Paolo, Raoul o José per provare e quando gli impegni lavorativi e familiari lo permettono.

Anche se in generale tutti suonano musica sudamericana, ognuno di loro ha le sue preferenze: José, Paolo e Raoul prediligono la musica peruviana, gli strumenti a fiato e le percussioni. Romano invece ama la musica brasiliana e cubana mentre Miguel: “è più moderno, prende musiche antiche ma adattate ad oggi con strumenti elettronici. In questo modo: “cerchiamo di mettere insieme vari tipi di musica.

Il loro repertorio si compone di un paio di brani del Buena Vista Social Club, il leggendario ensemble di musicisti cubani, di cui la canzone “El Cuarto de Tula” specifica José: “la facciamo con la quena al posto della trombetta”; qualche pezzo degli Inti-Illimani (gruppo vocale e strumentale cileno) come “Samba lando” e altri brani dei gruppi boliviani di Kjarkas e Savia Andine.

 “Facciamo cover. Prendiamo la musica folklorica del posto per farla sentire a tutti, per esempio i Buena Vista si sentivano molto anche in Perù”.

Il  Trio los Cinco quindi registra questi brani riadattandoli con gli strumenti a loro disposizione.

L’obiettivo non è quello di fare una produzione discografica ma di divertirsi e di continuare a suonare insieme. L’unico progetto condiviso dal gruppo è quello di farsi conoscere di più e non solo dalla comunità peruviana:

 “Quello che vogliamo fare è una presentazione nostra, proporre un pranzo peruviano per esempio durante una festa: d’Indipendenza, Natale, Festa della Mamma in cui proporre le canzoni che facciamo, ma per il momento è difficile perché ognuno di noi è impegnato.

Per ora stiamo usando gli altri canali che conosciamo. Infatti su Internet abbiamo il nostro gruppo e anche su facebook e abbiamo anche il progetto di fare un sito nostro!”.

L’idea di questo progetto è nata nel 2011 quando: “a lavoro avevano organizzato una cena etnica dove potevamo anche suonare qualche pezzo della nostra musica.

In quella occasione entra a far parte del trio uno dei due ragazzi italiani – Romano – il quale propone di fare una presentazione per i colleghi e amici dell’Ikea.

I ragazzi, che ora formano il gruppo Trio los Cuatro, partecipano alla cena organizzata dall’Ikea con una presentazione di quattro canzoni e nasce l’idea di continuare a suonare insieme, con piccole presentazioni.

 “Così, l’anno scorso abbiamo suonato insieme al Parco dell’Arcoveggio.[25]

Ci proponiamo gratis, per fare delle serate, per condividere la nostra musica non per guadagnare soldi, solo per divertimento.

Ma ognuno di noi ha i propri impegni. E quindi non sempre riusciamo a suonare tutti insieme.

Poi quest’anno ho conosciuto Paolo, percussionista, ed è venuto nel gruppo a suonare con noi, lo conosceva Raoul!”.

Il ruolo della musica nel contesto delle nuove generazioni peruviane

La comunità peruviana presente a Bologna è visibilmente caratterizzata da una forte presenza femminile. Questo dato segnala da un lato l’inevitabile frazionamento del nucleo familiare e  il conseguente riadattamento dei ruoli, sia nei paesi d’origine che in quello d’arrivo. Dall’altro lato mostra una discontinuità rispetto al passato, quando ad emigrare erano prevalentemente gli uomini.[26]

La situazione è ancor più complessa per i figli degli immigrati che si inseriscono, nascono o crescono in un paese diverso.[27]

Ciò che qui interessa mettere in risalto è l’aspetto identitario delle nuove generazioni. Come si può osservare all’interno della città, i giovani di seconda generazione (un discorso che potrebbe essere esteso anche a molte altre comunità straniere) tendono verso un’appartenenza sempre più visibile al nuovo contesto di inserimento, in termini di condivisione di valori, comportamento, lingua. I genitori, d’altro canto (come racconta anche José per i peruviani), si impegnano nel mantenere viva o quanto meno integra la consapevolezza della propria diversa origine. Questa necessità si palesa nelle scelte culinarie, nell’uso della lingua spagnola, il coinvolgimento in attività comunitarie, o, più spontaneamente nell’uso dell’oralità quotidiana fatta di storie e racconti che rinviano al paese d’origine, esperienze di vita familiare.

Questo bisogno di rimanere ancorati alla propria provenienza non rimane relegato alla sfera familiare ma cerca e trova anche altri luoghi d’espressione.

Nel suo racconto José affronta alcune preoccupazioni e considerazioni relative all’inserimento e alle dinamiche familiari dei giovani di origine peruviana immigrati in Italia. Si tratta di bambini nati e cresciuti in Italia da genitori peruviani, di adolescenti nati in Perù e ricongiunti successivamente con i genitori, di figli di coppie miste (italo – peruviane).

Sono ragazzi, giovanissimi, che spontaneamente o incoraggiati dai genitori prendono parte alle attività (religiose, musicali, tradizionali) organizzate nelle associazioni peruviane o in chiesa.

Le attività rivolte particolarmente ai giovani, come spiega José, si stanno sviluppando solo di recente. Ci sono laboratori di danza, di cultura gastronomica tipica peruviana, proiezioni video e foto. Lo scopo è quello di  far conoscere ai ragazzi le loro origini e, in questo, José ha deciso di ricorrere allo strumento a lui più congeniale: la musica. Usare la musica come canale principale per entrare in contatto e condividere una passione e una cultura con questi ragazzi.

 “Sì con i giovani ci sono da poco dei progetti. A volte anche Raoul quando va alla chiesa evangelica fa delle attività con i giovani, ma nel mio caso è il progetto di un’Associazione peruviana, per suonare con i giovani ogni volta che c’è una festa peruviana, per esempio la Festa dell’Indipendenza. È un progetto a parte che non ha nulla a che fare con Trio los Cinco,il gruppo di ragazzi del lavoro”.

Si tratta di un piccolo gruppo che coinvolge tre/quattro ragazzi peruviani, di 14/15 anni, che si è formato a partire dall’estate 2011 all’interno del Centro “Zonarelli”.

 “Si conoscevano già tra di loro, si organizzavano e già stavano allo “Zonarelli”.

Poi la loro responsabile di gruppo mi ha proposto di formare un gruppo con i ragazzi per fare una cosa più formale; è un’idea per coinvolgere anche altri ragazzi che ci vedono suonare. Infatti c’è anche un quarto ragazzo che deve venire”.

José spiega come avvengono le attività in laboratorio. L’apprendimento e l’esecuzione della musica peruviana avviene in modo del tutto naturale; José precisa più volte come non sia fondamentale essere professionisti per insegnare la musica ai ragazzi più giovani. Si tratta, piuttosto, di riuscire a far riemergere qualcosa che già fa parte della loro memoria. Così come è stato anche per lui.

 “La musica peruviana io la sentivo in casa perché mia madre e i miei fratelli l’ascoltavano, ascoltavano tutti i generi musicali.

Io sono il più piccolo e se ascoltavano loro l’ascoltavo anch’io; i grandi ascoltano la musica del posto e così anche i bambini fanno lo stesso, e poi anche con i miei amici. Così in casa questa musica mi piaceva, rimanevo per ore seduto di fianco alla radio e credo anche i ragazzi lo abbiano fatto!

Soprattutto chi come me viene dalla periferia, la musica si ascoltava ovunque, in strada e a casa. E anche qui in un paese straniero i genitori ascoltano la loro musica e lo stesso faccio io adesso quando sono a casa; io per esempio non ascolto la musica italiana.

Oggi ancora di più ho bisogno di ascoltare la musica peruviana, la devo ascoltare per poterla anche suonare, vado ad orecchio, la devo sentire.

I ragazzi sono nati in Perù e ci sono quelli che non vogliono ascoltare la musica folkloristica per vari motivi […] sai magari può anche essere che alcuni si vergognino ad ascoltare questa musica quando stanno con i loro amici!

O ci sono quelli che non rinunciano del tutto ma rimangono ad ascoltare la musica folklorica anche in Italia. Anche i ragazzi conoscono molti pezzi che non pensavo conoscessero.

E poi la musica folkloristica peruvia sta ritornando, dalla metà degli anni Novanta, dopo boom di cumbia,[28] si è diffusa  molto la musica colombiana, elettronica e oggi soprattutto nelle scuole la musica peruviana e la danza sono tornate ad avere successo. Per esempio è rinata la marinera, la musica afro-peruviana, quella suonata a Chincha nel sud di Lima.

In Perù da bambini insegnano il zapatero, la musica delle scarpe, al ritmo del cajon. E così si che si impara.[29]

I ragazzi sentono questa musica, anche quelli più piccoli di 9 o 10 anni e si vede che hanno questa musica nel sangue!

Anche nella mia famiglia si canta e si balla molto, soprattutto nella famiglia di mia madre, si canta molto! Musica afro-peruviana, danze della montagna, huaynos peruviano!

Anche ai miei cugini piace suonare il cajon e gli strumenti peruviani. Si impara subito a suonare la musica, senza andare a scuola, si sente il ritmo. Anche le danze come la marinera, il tondero del nord del Perù, il huayno, la musica de la selva peruana!”

Le ragioni che spingono José ad avvicinarsi di più ai giovani sono però più profonde:

 “E poi io mi interesso dei giovani; i ragazzi che sono un po’ persi, che rischiano di farsi male, che rischiano di prendere strade sbagliate come droga e alcol….io li aiuto con la musica.”.

Il problema delle seconde generazioni di origine peruviana si pone non perché siano culturalmente poco integrati, ma al contrario perché essendo cresciuti in contesti occidentali, hanno assimilato aspirazioni, gusti, preferenze, modelli di consumo e modelli di socializzazione che spesso hanno come attori principali i giovani.

José parla dei giovani di origine peruviana e con questo affronta uno degli aspetti più complessi e problematici dell’adattamento giovanile – in generale e degli immigrati in specie -: i rischi legati all’uso di droghe e di alcool. Il consumo di alcool peraltro fa parte di modi di trascorrere il tempo libero nella comunità peruviana anche nel paese d’origine: il che accresce il rischio di eccessi, alimentati dal disagio della diaspora.

In Perù, soprattutto nel fine settimana,  il tempo libero è un momento dedicato alla famiglia. Ci si incontra a casa di uno dei parenti, si esce dai confini della casa e, soprattutto d’estate, si è soliti sedersi fuori dalle case per conversare mentre i bambini giocano per strada. In queste occasioni le donne chiacchierano tra di loro mentre preparano il pranzo e gli uomini si intrattengono il più delle volte in una partita di calcio. La musica è un elemento costante; la si ascolta, la si canta e la si balla.

In questi incontri la famiglia, tutta e senza distinzioni di età, partecipa in modo attivo.

Sono momenti in cui cui si condividono preoccupazioni e gioie, in cui ci si aggiorna su ogni situazione, in cui si rafforzano i legami.

Oltre alla musica, un altro elemento costante è la birra; i ragazzi spesso iniziano a bere in età non ancora adulta. Come spiega José, il bere abbondantemente è socialmente accettato.

Anche a Bologna la comunità peruviana cerca di ricreare analoghi spazi di socializzazione, luoghi d’incontro tra le famiglie. Al parco delle Caserme Rosse (in Via Corticella), in uno spazio che non è gestito da alcun tipo di associazione, nei fine settimana si riuniscono in modo informale le famiglie di origine peruviana.

Anche qui le donne conversano o giocano a pallavolo, ci sono bambini di tutte le età, gli uomini giocano a calcio. Anche in queste occasioni la musica latino-americana, il cibo tradizionale peruviano e la birra non mancano.

A Bologna, però, non tutti i peruviani tollerano questi incontri: soprattutto la parte della comunità peruviana che si ritiene più inserita (come nel caso di José) o più tendente all’integrazione ritiene questo un modello di comportamento e di socializzazione discutibile, da non frequentare in Italia poiché danneggia l’immagine dei peruviani che non si riconoscono, qui, in questo modello.

José attraverso la musica cerca di creare uno spazio per i giovani ragazzi peruviani.

Vuole insegnare loro la musica della propria tradizione, recuperare le proprie radici anche se lontani dal Perù.

Le nuove generazioni, spiega José, si trovano di fronte al rischio di perdere le proprie radici: è importante riuscire a suscitare in loro un interesse diverso, una passione, un modo nuovo e più genuino di vivere il proprio tempo libero. Ma anche per trovare una identità che permetta loro di riconoscersi e di sentirsi a casa propria in entrambi i contesti, quello d’origine e quello d’immigrazione.

 

Bibliografia

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2005   (a cura di) I Latinos alla scoperta dell’Europa – Nuove migrazioni e spazi di     cittadinanza, Milano, Franco Angeli.

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2011          Diklipé, Bologna, Martina.

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1997      Quando la sfida viene chiamata integrazione. Percorsi di socializzazione e di personalizzazione di giovani “figli di emigranti”, Roma, NIS.

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2007      Gli stranieri e noi. Immigrazione e opinione pubblica in Emilia – Romagna, Bologna, Il Mulino.

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2004          Gli immigrati in Italia, Bologna, Il Mulino.

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2005        Non – persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli.

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2003     L’esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia, Bari, Laterza.

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2000     “Gli zingari in Italia: cultura e musica”, in Africa e Mediterraneo, 31-32, giugno, p. 14-29.

2008     “«Noi siamo quelli genti che conosciamo tutta la musica»: questioni di identità”, in Educazione musicale e Formazione, a cura di Giuseppina La Face Bianconi e Franco Frabboni, Milano, FrancoAngeli: pp. 140-161.

2012   Kajda. Musiche e riti femminili tra i rom del Kosovo (con due contributi di Silvia Bruni), con DVD allegato, Roma, SquiLibri.

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Note


[1] Per un approfondimento sul tema dell’immigrazione in Italia si veda: COLOMBO e SCIORTINO 2004; COLOMBO 2007; MACIOTI e PUGLIESE 2003.

[2] Secondo l’indagine che il Dipartimento di Programmazione – Settore Statistica del Comune di Bologna ha redatto sui cittadini di origine non italiana, si contano più di 52.000 unità di stranieri residenti a Bologna.  http://www.comune.bologna.it/iperbole/piancont/Stranieri/StudiStranieri/Stranieri_aBo/2012/pdf/Scheda_stranieri_Bologna.pdf

[3] Come rileva DAL LAGO: “Le interviste e le storie di vita sono lo strumento privilegiato di ogni analisi qualitativa della realtà. Esse costituiscono il solo accesso alla voce di chi per definizione è escluso dal discorso pubblico […], non possono che costituire un valore esemplare, […] tuttavia costituiscono uno strumento inestimabile di documentazione, di approfondimento e di verifica. DAL LAGO 2005: 16.

[6] Fonte: Pubblicazione Cittadini stranieri a Bologna. Dipartimento Programmazione. Settore Statistica del Comune di Bologna. (Dati aggiornati al 31 dicembre 2011).

[7] Si rinvia a STAITI 2012.

[8] Il Villaggio del Pilastro, all’interno del Quartiere San Donato, venne progettato nel 1962 ad opera dell’I. A. C. P. (Istituto Autonomo per le Case Popolari) di Bologna. Inaugurato quattro anni dopo, il Pilastro nacque come zona ad edilizia popolare per rispondere alla necessità di offrire un alloggio al nuovo flusso di migranti giunti nella città in seguito al suo sviluppo industriale. Tra la fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta giunsero al Pilastro numerose famiglie (in prevalenza operaie) provenienti da diverse regioni italiane; non solo meridionali ma anche ferraresi, veneti, bolognesi e profughi dalla Libia. A partire dagli anni Ottanta, la composizione etnica del Pilastro si è ulteriormente modificata con l’arrivo di famiglie dal Kosovo, Montenegro e Maghreb. http://www.comune.bologna.it/quartieresandonato/servizi/149:12480/13481/

[9] Tali atti vandalici, costanti a partire dagli anni Settanta, culmineranno nel 1992 con l’incendio doloso al circolo associativo “La Fattoria”, allora unico ritrovo pubblico del Pilastro.

[10] Tra le più recenti iniziative delle cooperative che coinvolgono i giovani e le loro famiglie va citata la “Educativa di strada”, ad opera della Società Cooperativa “Voli”: http://www.comune.bologna.it/quartieresandonato/luoghi/149:13094/

[11] Per quanto riguarda le associazioni culturali e sportive, i centri di aggregazione, le cooperative con sede al Pilastro si ricordano: Circolo La Fattoria che promuove attività socio-culturali, educative, ricreative, sportive (Via Pirandello, 6) http://www.circolofattoria.it/. DOM La cupola del Pilastro, sede operativa della compagnia teatrale Laminarie, che in collaborazione con il Quartiere San Donato ospita attività performative, espositive e musicali (Via Panzini, 1)  http://www.lacupola.bo.it/. Il Polo Pilastro, comprende centri di libera aggregazione e gruppi socio-educativi destinati ai giovani (Via Panzini, 1), in accordo con i Servizi Educativi e Scolastici del Quartiere San Donato e in collaborazione con l’AUSL di Bologna: http://www.comune.bologna.it/quartieresandonato/luoghi/149:12778/13097/ .

[12] Il progetto Diklipé deriva in realtà da un altro progetto, Katun, composto in gran parte da ragazzi di  etnia rom, provenienti dal Kosovo e Montenegro. Katun nacque nel 2003 al Pilastro ad opera degli operatori della Cooperativa Attività Sociali e del Servizio Minori e Famiglia del Comune di Bologna. Il progetto, rivolto agli adolescenti dai 14 ai 18 anni, ha realizzato durante il percorso una serie di iniziative in collaborazione con altri gruppi di ragazzi della città. quali: attività di volontariato in collaborazione con Auser (associazione di promozione sociale a favore degli anziani) nel 2007; l’organizzazione generale della festa estiva “Sotto le stelle di San Donato. Tutti i colori del mondo” nel 2008; creazione e gestione di eventi in collaborazione con il Circolo La Fattoria. Nel 2008 viene ospitato dal centro autogestito Vag61 per realizzare spettacoli e filmati. Nel 2009, gli operatori coinvolti nel progetto Katun, insieme alla Coop. Attività Sociali e gli educatori del Poliambulatorio Pilastro hanno promosso un nuovo percorso di politiche giovanili rivolto allo stesso gruppo di ragazzi del Katun, divenuti adulti. Il nuovo progetto, Diklipé, è stato finanziato per l’anno 2009 dalla Fondazione del Monte mentre il Quartiere San Donato ha provveduto ad assegnare una sala per i loro incontri, presso il centro commerciale del Pilastro in Via Pirandello 14. Un breve resoconto del progetto Diklipé e le storie di vita di alcuni dei ragazzi è contenuto in un testo scritto da Silvia Branca e Antonio Fusaro, operatori di Coop. Attività Sociali e collaboratori di Katun. Si veda: BRANCA e FUSARO 2011. Si veda: http://www-old.eurocities.eu/Minisites/NLAO_subsites/Bologna/index.php?option=com_content&view=article&id=89%3Ail-progetto-katun-un-intervento-per-i-giovani-del-pilastro&catid=37%3Alao-bologna-attivita-in-corso&Itemid=65&lang=en

[13] Il film “Una serata strana” è stato proiettato per la prima volta il 16 gennaio 2010 presso DOM la cupola del Pilastro e sucessivamente al Vag61 di Via Paolo Fabbri all’interno di una serata dedicata allo sciopero dei migranti. Si veda: http://www.vag61.info/vag61/articles/art_5605.html

[16] Si veda: STAITI 2000: 17-18.

[17] Si veda: STAITI 2008: 9.

[18] Si veda: AMBROSINI e QUEIROLO PALMAS 2005.

[19] Fonte: Pubblicazione Cittadini stranieri a Bologna. Dipartimento Programmazione. Settore Statistica del Comune di Bologna. 2011

[20] Le principali Associazioni peruviane di Bologna sono: CPB (Comunidad Peruana de Bologna y Emilia Romagna), con sede al centro “Zonarelli” nel quartiere San Donato. Si occupa del coordinamente di tutte le associazioni peruviane di Bologna e del resto della regione.  A.B.I.P.E. (Ass. Bolognese Italo-Peruviana); si occupa della regolarizzazione dei peruviani in provincia ed organizza diverse attività con lo scopo di un maggior inserimento dei peruviani nel tessuto sociale. All’interno di quest’ultima un punto di riferimento per tutta la comunità peruviana è il parroco dell’oratorio  S. Donato di via Zamboni: Don Alberto Gritti per l’assistenza spirituale degli immigrati cattolici.

[21] La festa in onore de Señor de Los Milagros (o Cristo Moreno) è una delle ricorrenze religiose più importanti del Sudamerica e viene festeggiata nel mese di ottobre a Lima dove, nella chiesa delle Nazarenas, è custodita l’immagine del Señor. Venerato in origine da una piccola confraternita di schiavi africani importati in Perù dagli Spagnoli, il Cristo Moreno nel corso di più di tre secoli e dopo diversi miracoli e prodigi, è diventato il Santo Patrono della città di Lima e di migliaia di fedeli.  La processione che si celebra oggi in quasi tutte le parrocchie dell’America latina viene organizzata, in Perù come in Italia, da un gruppo di devoti riuniti nella Hermandad (o Confraternita) del Señor de Los Milagros, con il compito di organizzare la festa in tutti i dettagli; dalla raccolta dei fondi alla celebrazione. Oltre a favorire l’intregazione e la solidarietà di tutta la comunità latinoamericana, la Hermandad ha lo scopo di tramandare la storia, la tradizione e la conoscenza del Signore dei Miracoli alle nuove generazioni d’immigrati e alla comunià ospitante. Si veda: LARGER 2010.

[22] Per un approfondimento su Señor de los Milagros si rinvia al saggio di ESPEZUA ECHEVARRIA 2004, reperibile su: http://sisbib.unmsm.edu.pe/bibvirtualdata/Tesis/Human/espez%FAa_ee/T_completo.PDF .Si veda anche: http://senordelosmilagros.perucultural.org.pe/inicio.html

[24] Sulla Banda “Rossini” si rinvia al testo di Giulia Giannini.

[25] I ragazzi del gruppo hanno caricato on line un video della loro esibizione al Parco dell’Arcoveggio: http://www.youtube.com/watch?v=q6g204vr5WM

[27] Per un approfondimento sul tema delle seconde generazioni e dei figli di immigrati: AMBROSINI e MOLINA 2004; CESARI LUSSO 1997.

[28] La cumbia è una musica popolare, la forma di canto e danza più rappresentativa della Colombia. Si è prodotta a partire dal contributo di tre diverse culture: quella africa (che apportò la struttura ritmica e le percussioni con i tamburi), quella indigena (apportò la parte melodica e l’uso dei flauti) e infine quella bianca (nelle variazioni melodiche, l’abbigliamento, le coreografie).

[29] Per una panoramica sulla musica e danza tipica peruviana si veda il sito: http://www.peru.travel/it/cultura/musica-e-danze-756-5.4-5-3646-c4

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