Musica Jazz

PER UNA STORIA DEL JAZZ A BOLOGNA

 

Un lavoro di indagine sullo scenario jazz nella città di Bologna non può che essere fluido e coinvolgere una durata e uno spazio temporali che vanno oltre i singoli eventi. Questo non solo perché si tratta di musica (a volte slegata da un preciso luogo fisico), ma perché la pratica di certi stili di jazz mantiene l’attitudine a manifestarsi in momenti estemporanei (jam session organizzate, jam session a fine concerto), contesti semi-professionali, accanto a performance strutturate.

Bologna ha vissuto col jazz un rapporto profondo e continuativo: la pratica musicale di dilettanti e professionisti, la vitalità di locali e cantine, la ricorrenza quasi ventennale del Festival Internazionale del Jazz ha portato la città ad essere riconosciuta quale centro di riferimento a livello nazionale ed europeo, tanto da designarla “città del jazz”; a tutt’oggi questo aspetto costituisce uno dei vanti della città nel campo dell’organizzazione culturale.

Non esiste uno stile jazz “bolognese” (come negli USA si parla di West Coast Jazz o Chicago style), però forse alcune modalità di trasmissione o di fruizione possono aver influito sul modo di recepire il jazz e di proporlo. Il rapporto della città col jazz è stato soprattutto legato all’organizzazione e alla promozione: dal secondo dopoguerra – col generale e massiccio rientro in Italia delle musiche di matrice nordamericana – Bologna ha svolto un ruolo di diffusione della musica jazz: a livello esecutivo, attestandosi maggiormente sul versante del revival; a livello divulgativo appunto attraverso il Festival Internazionale, portando i migliori e più innovativi musicisti del momento, accanto a star già riconosciute.

Negli anni ’90, poi, s’è sviluppata una scena improvvisativa radicale, che rielabora suggestioni del free jazz e della free improvisation europea, con la costituzione del Collettivo Bassesfere, la presenza decennale del violoncellista nederlandese Tristan Honsinger e l’avvicendarsi di musicisti ospiti (italiani e stranieri) nelle edizioni del Festival Angelica o nelle lezioni-concerto organizzate dalla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich.

 

 

Bologna città del jazz

 

La reputazione di Bologna quale “città del jazz” è stata in molte occasioni rinvigorita dagli stessi protagonisti bolognesi. La ripresa del festival jazz nel 2002, poi nel 2006 come Bologna Jazz Festival e il riconoscimento di Bologna come “città creativa della musica UNESCO” (nel 2007) sono stati accompagnati da pubblicazioni come quella di Leonardo Giardina (“La città del jazz”, 2002, riedizione dell’omonimo volume del ’92) e il libro fotografico di Ivano Adversi “Buonanotte suonatori” che vuole proprio documentare in modo visivo – quasi epifanico – questa caratteristica riconosciuta di Bologna, città dei locali, in particolare per il jazz. Alcuni pure hanno azzardato un paragone fra il jazz in quanto universo musicale-culturale e alcune caratteristiche socio-culturali di Bologna e dell’Emilia in generale, come si evince dai commenti introduttivi al volume di Adversi e dagli articoli in “Il Jazz in Emilia Romagna”, resoconto dell’indagine sul pubblico del jazz in Emilia Romagna, promosso dall’Europe Jazz Network di Filippo Bianchi. In particolare, nell’intervento “L’identità jazzistica dell’Emilia Romagna” Libero Farnè si domanda se i caratteri peculiari di una regione possano riflettersi sulle modalità organizzative per la musica e lo spettacolo, quindi anche sullo scenario jazz. Questi caratteri, ad esempio, sono individuati nel sistema metropolitano policentrico, nella posizione geografica che fa da cerniera fra centro e nord, i poli universitari, l’alta offerta e il consumo di spettacolo. Due osservazioni poi, riguardano i musicisti: sembra che a Bologna la maggior parte delle forze creative del jazz siano “d’importazione” (Andrea Centazzo, Paolo Fresu, Steve Grossman, Tristan Honsinger, Mal Waldron); dei musicisti componenti il Collettivo Bassesfere solo due sono bolognesi d’origine (Guglielmo Pagnozzi e Cristina Zavalloni). Questa curiosa osservazione è stata fatta anche da Fabrizio Puglisi (musicista e insegnante) durante una nostra intervista: si tratta ovviamente di una generalizzazione, ma è un fatto che alcuni personaggi noti bolognesi sono o sono stati attivi maggiormente nel jazz più tradizionale (Henghel Gualdi, Jimmy Villotti, la Dr. Dixie) o bop classico (Piero Odorici, Carlo Atti). Farnè ricorda poi il bacino comune di formazione di molti jazzisti, formatisi al DAMS (Paolo Angeli, Mauro Campobasso, Teo Ciavarella, lo stesso Puglisi). Anche qui, come nel libro di Giardina, viene lamentato lo scarso intervento pubblico nel sostenere il circuito del jazz, per il quale si auspica una “concentrazione coordinata di contributi per un investimento culturale” (l’articolo risale, comunque, a prima della riedizione del festival e della nomina Unesco).

Sono stati anche prodotti due film documentari: “Bologna città del jazz: jazz city” (2002) una sintesi audiovisiva di quanto raccolto da Giardina per il suo già citato volume; “My main man – Appunti per un film sul jazz a Bologna” dal taglio più cinematografico, dove i frammenti di storia del jazz a Bologna (qui ricostruita soprattutto attorno alla figura-cardine dell’organizzatore Alberto Alberti) sono alternati agli interventi dei jazzisti, afroamericani e non, che hanno suonato nelle edizioni del Festival Internazionale e non solo (viene ricordata anche la rassegna “Jazz nei quartieri”, che si volgeva in un momento dell’anno distinto dal festival, con i musicisti fatti suonare in spazi decentrati dell’area urbana, a volte spazi abitualmente non destinati ai concerti). Nel settembre 2011 è stata inaugurata la “Strada del jazz”, identificata in via Caprarie, dove si trovava il Disclub, negozio di dischi e centro propulsore delle attività connesse al jazz, dagli anni ’50. All’inaugurazione ha presenziato Pupi Avati ed è stata posta la prima “Stella del Jazz” (cioè una piastrella col disegno e nome, a imitazione delle “stelle” della Hollywood Walk of Fame) titolata a Chet Baker, che negli anni ’60 aveva vissuto e suonato a Bologna. In serata, sono stati effettuati concerti in via Caprarie, piazza Galvani e piazza Santo Stefano e pure nei locali ormai classici come la Cantina Bentivoglio, Bravo Caffè, Take Five e Il Posto (via Massarenti 37). La manifestazione è stata riproposta quest’anno, con la posa della stella dedicata a Miles Davis e quella, più grande, a Lucio Dalla, scomparso a inizio anno: un chiaro omaggio per uno dei musicisti e cantautori bolognesi più famosi, ma anche un modo per ricordare i suoi esordi come clarinettista jazz. Rispetto alla prima edizione, in questa seconda le esibizioni sono state in più punti e più varie stilisticamente (dal jazz su ritmi di tango del fisarmonicista cieco del gruppo di Massimo Tagliata, all’omaggio di Andrea Mingardi per Ray Charles, in piazza S. Stefano, alla street band per il centro storico).

Bologna sembra aver conservato due approcci diversi alla pratica e alla divulgazione del jazz: uno più tradizionale, coltivato dagli appassionati (come la Dr. Dixie Jazz Band, per il genere definito dixieland ch’era lo stile giovanile di jazz nel dopoguerra) e in luoghi storici come la Cantina Bentivoglio, dove gli stili più ricorrenti sono invece il bop o il jazz mainstream contemporaneo; di solito, infatti, la maggior parte dei jazzisti che attraversano la Cantina rientrano in stili ampiamente diffusi e conosciuti (es. Enrico Rava, Roberto Gatto, Marco Tamburini, Flavio Boltro). Tuttavia – per non scadere in dicotomie – occorre ricordare che la Cantina accoglie pure musicisti non definibili tradizionali (una definizione problematica nel jazz) e un irriducibile dixielander come Giardina ha sottolineato spesso quanto sia importante, in un festival, offrire al pubblico esempi differenti degli sviluppi stilistici del jazz. In passato, del resto, le ultime edizioni del Festival Internazionale avevano accolto jazzisti decisamente meno convenzionali, come Ornette Coleman e Cecil Taylor.

L’altro versante è quello dedito al jazz più sperimentale, secondo gli sviluppi del free jazz e dell’improvvisazione libera europea, anche con commistioni con l’elettronica. Un versante attiguo (a volte si tratta degli stessi musicisti), ma distinto dal jazz comunemente inteso è la proposizione del jazz-rock anni ’70 – aggiornato col funky e l’hip hop; oppure la diffusione dell’afro-beat (genere codificato in Nigeria negli anni ’60 da Fela Kuti e Tony Allen) compiuta dal Voodoo Sound Club diretto da Guglielmo Pagnozzi. Questo tipo di jazz trova spazio soprattutto in luoghi autogestiti come i centri sociali (Bestial Market a fine anni ’80-inizio ’90, Bartleby oggi) ma il Festival Angelica rappresenta un ottimo riferimento istituzionale, con una produzione discografica autonoma.

Questa divisione fra mainstream da jazz club e approccio più sperimentale segna quasi una continuità con le discussioni che già esistevano negli anni ’50 fra sostenitori del jazz “tradizionale” (cioè il dixieland, che negli anni ’40 s’era affermato nelle università statunitensi come genere di punta fra gli studenti bianchi) e quelli dei nuovi stili che venivano elaborati (cool jazz, hard bop, third stream). In Italia, il dixieland era recepito e coltivato soprattutto da esponenti della media o alta borghesia (un’efficace esempio cinematografico lo fornisce il regista Pupi Avati nel suo “Jazz Band”, sceneggiato televisivo del 1979). Giardina sostiene che gli estimatori dell’ “old style” erano più numerosi – specie per la presenza di una jazz band – mentre fra gli appassionati del jazz “moderno” si contavano maggiormente gli esperti del settore.

Il ruolo degli appassionati di jazz (a volte musicisti dilettanti) come Leonardo Giardina, Alberto Alberti, Antonio “Cicci” Foresti, Francesco Lo Bianco è stato determinante – nei decenni scorsi – per la formazione di quest’immagine di Bologna quale “città del jazz”: dalle prime “pubbliche audizioni discografiche” dei primi anni ’50, alle jam session tenute in spazi privati, fino al coinvolgimento diretto di questi jazzofili nell’organizzazione stessa del Festival Internazionale, svoltosi per quindici edizioni dal 1958 al 1975. Pure le cantine private hanno contribuito a mantenere viva una scena jazzistica frequentata da dilettanti, professionisti italiani, spesso attraversata pure dai grandi jazzisti afroamericani che passavano per il festival e partecipavano alle jam session notturne. Oggi, eredi di questa comunità di jazzofili – fra gli altri – sono Giovanni Serrazanetti (responsabile della programmazione musica della Cantina Bentivoglio), Massimo “Max” Mutti (organizzatore del Jazz Festival, scomparso da poco e a cui sarà dedicata l’edizione 2012 dello stesso festival) e anche l’esuberante Claudio Piazzi detto “Il Conte”, il quale – come lui stesso precisa – non fa altro che impegnarsi per accogliere i jazzisti americani e proporre jam session nei locali, animato da una viscerale passione per lo swing. Altro organizzatore lungimirante è stato Luigi Polluce, imprenditore privato che nel corso degli anni ’90 (anche tramite l’associazione “Nostra Signora dei Turchi”) riuscì a organizzare diversi concerti mantenendo viva la scena concertistica jazz di Bologna.

 

 

La cerchia del jazz

 

L’Hot Club di Bologna, fondato nel 1947, fu il primo di questi gruppi di appassionati che si dedicarono a coltivare l’ascolto e la diffusione del jazz; il punto di ritrovo era al Caffé Zanarini, tra i soci fondatori si ricordano Enzo Leonardo, Giorgio Martinelli, Mario Bertolazzi, Mario Gallerani, Ruggerio Stiassi, Giorgio Faccioli, Franco Muratori, Giancarlo Lampronti. I primi concerti jazz si svolgevano in sale destinate ad altro tipo di musica, come la Sala Bossi del Conservatorio G.B. Martini, la Sala Farnese del Comune (dove debuttò ufficialmente il celebre clarinettista Henghel Gualdi o anche i locali dell’Accademia Filarmonica (sita in via Guerrazzi). I musicisti che si cimentavano col jazz erano attivi – nella maggior parte dei casi – in formazioni dedite alla musica da ballo o d’intrattenimento (per motivi di lavoro), e in seguito anche nelle produzioni discografiche pop; quest’aspetto viene sottolineato da Giardina, marcando una differenza invece rispetto ai jazzisti degli ultimi vent’anni, i quali tendono a concentrarsi specificamente sul linguaggio jazz. Ad ogni modo, alle prime jam session partecipavano sia dilettanti che professionisti, i quali cominciavano a presentarsi in formazioni stabili con organici più o meno fissi e una precisa scelta di linguaggio e stile (un esempio, Henghel Gualdi, definito il “Benny Goodman italiano”, con Paolo Zavallone al pianoforte).

I soci dell’Hot Club erano soliti riunirsi ogni settimana nella casa di uno dei soci, Dario Rossi, in via Montegrappa. Nel settembre 1948 fu fondato da Alberto Rondelli una seconda associazione jazzofila, il Circolo del Jazz, con sede ufficiale nella Sala dei Fiorentini in Corte Galluzzi 6. L’attività del Circolo iniziò il 30 novembre 1948 con una “Pubblica Audizione Discografica” a ingresso libero e fino al 1950 seguirono molte altre audizioni, in genere tutti i lunedì sera, con jam session; alla sala da ballo “La Lucciola” (via Galleria 6) si esibivano stabilmente gli stessi musicisti che animavano le jam del Circolo. Il Circolo fu poi rifondato, assorbendo l’Hot Club (nel corso dei decenni ci fu comunque un ampio interscambio fra i vari organismi sia di sigle che di uomini, appassionati al jazz, per l’organizzazione dei festival); nella nuova sede, in via Carbonesi 20, ogni mercoledì sera si tenevano jam sessions e audizioni discografiche.

Un elemento d’arricchimento delle attività del Circolo fu la proiezione di film a tematica jazzistica e documentari inviati dalla Federazione Italiana Musica Jazz (diretta da Arrigo Polillo, tra i più importanti studiosi del jazz, redattore e poi direttore della rivista “Musica Jazz”). L’accostamento di performance jazzistica e visione cinematografica tornerà in successivi eventi; ad esempio, nelle edizioni del nuovo Bologna Jazz Festival – varato nel 2006 – il coinvolgimento del Cinema Lumière farà parte dell’offerta generale del festival (rassegna “Jazz On the Screen”). Ciò, forse nel segno di quella contiguità storica e sociale che alcuni studiosi riconoscono al jazz e al cinema, nel corso del Novecento, in quanto arti “giovani”, basate sulla dinamicità e una percezione estetica differente (rispetto al concertismo classico, al teatro di posa, alle arti plastiche).

Le iniziative, com’è evidente, partivano da una piccola comunità di appassionati che si scambiavano informazioni, pubblicazioni, dischi, si tenevano aggiornati mediante le riviste di settore. Uno dei soci fondatori dell’Hot Club, Ruggero Stiassi fu uno storico organizzatore di conferenze, dibattiti, audizioni discografiche, era corrispondente italiano della rivista “Down Beat” e cronista su “Musica Jazz” degli avvenimenti bolognesi. Altra figura fondamentale di riferimento è stata per molto tempo il più volte citato Alberto Alberti: mediante una convenzione con Colin Pommeroy (proprietario del One Hundred, un negozio dischi jazz in Oxford Street, a Londra) egli insieme a Carlo Trevisani aprì il primo negozio di dischi che importava titoli jazz: il Disclub si trovava nel piano ammezzato in via Caprarie 3 dove oggi figura la targa commemorativa e, sul marciapiede, la “Stella” col nome di Chet Baker. Il Disclub divenne ben presto un fondamentale centro organizzativo per l’attività jazzistica cittadina.

Seppur oggi l’accesso a concerti, registrazioni, documenti e informazioni sia chiaramente migliorato, una dinamica di scambio reciproco da “cerchia” prospera fra studenti della Scuola Jazz del Conservatorio di Bologna, mediante il profilo Facebook “Jazz Club Bologna” creato apposta per scambiarsi informazioni, materiali didattici, consigli pratici e video musicali in tema. Inoltre dal 2010, alcuni studenti del Conservatorio hanno organizzato della jam session in una caffetteria. Lo scopo è quindi contiguo alla didattica, sebbene sia autogestito, in effetti le jam session erano e sono contesti appositi per misurarsi con la pratica dal vivo. Conversando con alcuni giovani musicisti è emersa questa necessità di suonare quanto più possibile dal vivo, un momento indispensabile e principale della formazione.

A Bologna già tra fine anni ’40-inizio ’50 s’ebbero i primi concerti con nomi di grosso richiamo, quali Duke Ellington al Teatro Duse (1949), Benny Goodman al Teatro Medica (1950), Jazz At The Philarmonic con Ella Fitzgerald e Oscar Peterson (1953) sempre al Duse, Louis Armstrong al Medica (1959) e Gerry Mulligan (1959), che tornerà più volte in concerto a Bologna nelle varie edizioni del Festival. Di concerto in concerto, i membri dei jazz club cominciarono sempre di più a coinvolgersi nell’organizzazione e promozione dei concerti: ciò contribuì al formarsi di un intreccio profondo tra consumatori, praticanti e organizzatori che sarà alla base della continuità del Festival Internazionale. Questi appassionati, quindi hanno storicamente svolto un ruolo importante, una funzione trainante per la realizzazione effettiva di concerti e jam session, ma anche nella promozione dei festival – oltre ai già citati Stiassi, Alberti e Foresti, si ricordano Giorgio “Mingus” Mingotti e Silvano Marzocchi.

 

 

Nelle cantine

 

L’attività degli organizzatori non si esauriva con i concerti e la promozione, ma animava una scena locale stimolando le jam session. Le cantine private, in questo senso, svolgevano un ruolo efficace: s’è già accennato della casa-studio di Francesco Lo Bianco, in via Rizzoli, in cui passarono ospiti come Chet Baker (Lo Bianco, odontoiatra, ricostruì la dentatura a Baker nel periodo successivo alla scarcerazione per possesso di stupefacenti), Peter Lyttman e Amedeo Tommasi; ma pure Bud Powell, Barney Wilen, Jacques Pelzer, Arthur Taylor, Thelonious Monk (notoriamente riluttante a suonare fuori dal palco). Nel 1961 la parte musicale dello studio fu trasferita in cantina; Alberti e Mingotti si procuravano di farvi passare i jazzisti venuti a suonare a Bologna (Mingus, Art Farmer, René Thomas). La cantina Lo Bianco in via Rizzoli fu attiva fino all’inizio del 1969, poi in via Pepoli ne fu approntata una simile e Lo Bianco ne divenne socio; dal 1985 Lo Bianco tenne una sua nuova “cantina” sotto la propria abitazione in via Giordani. Altro spazio privato messo a disposizione fu la casa di Franco Tornelli in via Stoppani, sulle colline bolognesi, dove dall’inizio degli anni ’60 si svolgevano jam-session con Tornelli stesso al pianoforte, Salvatore Caruso al basso e Alberto Romani alla batteria; si aggiungevano Checco Coniglio al trombone e Marco di Marco al piano. Nella cantina in via Pepoli (al civico 8c) rilevata da Romani e Mingotti, ogni mercoledì si esibivano gruppi composti di musicisti appassionati di jazz moderno (quello moderno all’epoca, cioè lo stile di sassofonisti come Charlie Parker e Sonny Rollins).

L’altra celebre cantina è quella al civico 7 di via Cesare Battisti, teatro di continue “prove aperte” della Dr. Dixie Jazz Band, dalla metà degli anni ’70 fino a oggi. Le sessioni musicali del venerdì sera – all’inizio semplici riunioni fra vecchi amici – nel corso degli anni sono diventati un appuntamento per gli amanti del jazz, e per musicisti veterani e giovani che potevano suonare fianco a fianco dixieland e bop. La cantina fungeva pure da sala prove per nuove formazioni nate lì dentro. Un caso particolare è rappresentato dalla PanGea Orchestra, ensemble di nove elementi (due violini, violoncello, fisarmonica, sax baritono, clarinetto, tromba, batteria, contrabbasso) sorto nel novembre 2005 dopo ripetute frequentazioni della cantina della Dr. Dixie; l’orchestrina, diretta da Davide Fasulo, lavorava su composizioni originali, accogliendo influenze disparate da ritmi balcanici, sonorità mediorientali, modalità espressive della tradizione afroamericana.

Giardina, forse non a torto, attribuisce alla Cantina della Dr. Dixie una funzione catalizzatrice nel mantenere viva la passione per il jazz a Bologna in anni il cui il festival era scomparso.

 

 

About Dr. Dixie

 

Nel suo volume “La città del jazz” Giardina non manca naturalmente di ripercorrere la storia della Dr. Dixie Jazz Band e delle precedenti incarnazioni con nomi differenti. L’esistenza di una jazz band, nei primissimi anni ’50, frequentata da studenti dell’Università di Bologna (molti provenienti dalla Facoltà di Medicina) costituì un interesse per il genere e un richiamo per chi volesse divertirsi col dixieland. Abitate pure da spirito goliardico, le varie formazioni in cui militò Giardina superarono la natura di complesso studentesco, costituendosi come una solida e longeva big band di musicisti dilettanti ma rigorosi e pronti a impegnarsi in festival e incisioni discografiche.

Un primo gruppo furono gli “Hot Saints” – formato da Paolo Gazzi (clarinetto), Piero Santoli (trombone), Leonardo Giardina (tromba), Carlo Fava (pianoforte), Gherardo Casaglia (batteria), Giulio Cipriani (contrabbasso) – che insieme ai banjoisti Zappi formarono il primo nucleo della “Magistratus Dixieland Jazz Band” (la prima esibizione avvenne al Caffè Modernissimo, il 16 aprile 1952) poi “Superior Magistratus Ragtime Band” dopo l’ingresso di Luciano Scudellari (trombone), Francesco Cassarini (banjo), Checco Roncaglia (pianoforte). La Magistratus divenne “Panigal Jazz Band” perché l’industria Panigal mise a disposizione spazio prove e strumenti. Il gruppo rischiava lo scioglimento ogni qualvolta più di un componente si laureava e abbandonava la band.

Un’altra band che si formò fu la “Criminal”, su iniziativa del clarinettista Pupi Avati (nei panni di regista ha raccontato la rivalità fra “Criminal” e “Magistratus” nello sceneggiato televisivo “Jazz Band”, avvalendosi di Giardina e la rinata Dr. Dixie Jazz Band per la colonna sonora), la band mutò poi nome in “Doctor Chick Dixieland Orchestra” dopo l’inserimento dello statunitense Chick di Pippo (tromba).

Nel 1959, nel corso di una jam all’Ubersetto (locale in via Porta Castello) i resti della Panigal e la Dr. Chick si fusero nella Rheno Dixieland Band con Antonio “Cicci” Foresti a fare da manager. La band partecipò alle prime edizioni del Festival Internazionale del Jazz – fortemente voluto da Foresti e Alberti – e, fra gli altri, al I Festival Europeo del Jazz di Antibes-Juan les Pins. Nel 1964, per disaccordi interni, la Rheno fu sciolta. Nel maggio 1972, in occasione del ventesimo anniversario della nascita della Magistratus, Giardina riunì i vecchi amici per una jam commemorativa e ben presto la Band tornò a suonare in maniera stabile, provando nella cantina di via Pepoli, poi nella sala d’incisione di Annibale Modoni (Strada Maggiore 23) e infine in via Cesare Battisti 7/b dove dal 1973 a oggi, ogni venerdì (da ottobre a maggio) vecchi e giovani musicisti continuano a suonare dixieland, bop, canzoni jazz. Dopo aver inciso la colonna sonora dello sceneggiato televisivo “Jazz Band”, la band di Giardina decise di chiamarsi “Dr. Dixie” dal nome sul campanello della cantina (tutt’oggi visibile in via Cesare Battisti). La Dr. Dixie partecipò anche ad altri due film di Avati, “Dancing Paradise” e “Accadde a Bologna”.

Storico componente della Dr. Dixie è stato anche Henghel Gualdi, mentre a metà anni ’80 entrarono come sassofonisti due bolognesi oggi conosciuti, Pietro Odorici (anche insegnante alla Scuola Jazz del Conservatorio) e Carlo Atti, entrambi alfieri proprio di quel jazz “moderno” che decenni prima sembrava inconciliabile col sound New Orleans ricercato da Giardina e amici. L’arrivo di questi jazzisti portò in effetti la Dr. Dixie a inglobare nel loro repertorio arrangiamenti più moderni. Odorici e Atti hanno animato numerosissime jam al jazz club Chet Baker (nato nel 1988). Odorici e Atti, insieme a Teo Ciavarella, sono tra i pochi professionisti che ai loro esordi hanno fatto parte della band, per poi continuare a lavorare come musicisti.

 

 

Sui musicisti professionisti

 

Musicisti professionisti sono sempre abitualmente passati per le formazioni amatoriali di Bologna, che spesso fornivano da richiamo in città per i giovani di altre regioni; è il caso del pianista Franco D’Andrea, come lui stesso racconta, che percepì in Bologna un clima favorevole per crescere come jazzista.

Gustavo Palotta, pianista (definito il “Lennie Tristano italiano”), frequentò spesso la Dr. Dixie, poi ottenne la cattedra di Solfeggio al Conservatorio. Giorgio Farinelli (col nome d’arte Piergiorgio Farina) s’impegnò per rilanciare il jazz a Bologna in un momento stagnante. William Righi, anche lui professionista, divenne membro dell’Orchestra Sinfonica di Bologna, si riavvicinò al jazz a metà anni ’80 proprio collaborando con la Dr. Dixie. Altro jazzista della vecchia guardia è stato Annibale Modoni, vibrafonista e pianista.

Tra i musicisti importanti a livello nazionale, Amedeo Tommasi, cominciò a muoversi nel jazz a Bologna, costituendo un suo trio con Maurizio Majorana (basso) e Mario Camassa (batteria); nel 1960 Tommasi divenne l’accompagnatore stabile di Chet Baker, poi formò un altro trio con Giovanni Tommaso e Franco Mondini, trio che fu accompagnato anche da un giovane Claudio Fasoli. Poi Tommasi si trasferì a Roma (come Majorana, Zavallone e altri che puntavano a fare della musica il proprio mestiere, trovando ad esempio ingaggi alla RAI) dove fondò una scuola di musica, collaborò alle colonne sonore di Pupi Avati; un suo allievo è Marco di Marco, pianista di jazz standard che ha registrato un album jazz con Lucio Dalla.

Gianni Cazzola, un batterista che partecipava alle jam degli anni ’50, invece si trasferì a Milano e collaborò con Franco Cerri, poi con Gianni Basso e Oscar Valdambrini, entrando nel 1977 nel gruppo di Giorgio Gaslini.

Franco D’Andrea, da Merano venne a fare l’Università a Bologna, colpito come si diceva dalla presenza jazzistica; conobbe Alberto e Foresti e partecipò alle jam in casa Lo Bianco (Giardina segnala più come spettatore perché a quanto pare Tommasi – che divenne suo maestro – concedeva poco spazio!). D’Andrea formò un quartetto con Lo Bianco (batteria), Donà (basso), Lucio Dalla (clarinetto). Negli anni ’70, D’Andrea Tommaso e Fasoli daranno vita al gruppo progressive-jazz-rock Perigeo.

 

 

Dopo Festival

 

Giardina attribuisce la chiusura delle stagioni del Festival alla mancanza di fondi e al mutato clima culturale, orientato dalla e alla contestazione (il riferimento è all’attribuzione di una carica eversiva a qualsiasi manifestazione artistica “nera”). I riferimenti musicali delle nuove generazioni si erano modificati, per quanto star come Miles Davis riuscivano a contentare un pubblico misto di amanti del jazz, frequentatori dei festival rock alternativi e appassionati di musica. Di certo, il dixieland e il jazz “moderno” non rappresentavano più la musica “giovane” per eccellenza. Gli ambienti della controcultura bolognese furono più recettivi nei confronti del fenomeno punk.

Probabilmente quello che era venuto meno era la sinergia tra la comunità di jazzofili (comunque impegnati in altre professioni), un bacino di pubblico che rendeva questa comunità allargata alla città e non solo, e gli intenti di chi ricopriva incarichi amministrativi.

Nel 1976 il Jazz Club Bologna fu ricostituito da Sergio Mandini, Enzo Leonardo, Alberto Alberti, Mario Gallerani, Giorgio Mingotti e altri. La Cantina Dr. Dixie cominciò ad essere attiva dalla fine degli anni ’70 e vi passavano musicisti quali Woody Shaw, Jusuf Lateef, Kai Winding Harry Edison, Eddie Davis, Beaver Harris, Louis Hayes, Frank Strozier, Dewey Redman, Roy Haynes, George Coleman, Johnny Griffin, Wild Bill Davidson fra gli altri, per serate in cui suonavano en amitié (l’espressione è di Giardina) e senza compenso.

Nel corso degli anni ’80 si fecero tentativi per organizzare un evento che potesse richiamare lo storico Festival: nel 1980 Lo Bianco, Mingotti e Gianfranco Galetti organizzarono a loro spese un “Festival del Jazz italiano” nel Teatro Tenda; nel 1981 l’assessore alla cultura Sandra Soster chiamò il critico romano Filippo Bianchi come direttore artistico e organizzatore di una rassegna primaverile di jazz. Bianchi prediligeva jazz d’avanguardia e possibilmente d’estrazione europea, e orientò di conseguenza il programma.

Nella metà del decennio, ci furono frequenti polemiche a proposito di rassegne organizzate in maniera non soddisfacente a detti di alcuni, come la rassegna “Jazz e altro” che mescolava rock e jazz, provocando reazioni del pubblico più purista; oppure con le due edizioni del “JazBo” (1989-90), per la prima delle quali fu chiamato Max Roach come direttore artistico, nel tentativo di strutturare un omaggio a Charles Mingus e chiamare giovani promesse dell’East Coast (obiettivo cui tendeva, in particolare, il prof. Giampiero Cane, docente DAMS, chiamato a collaborare). Roach tornò a Bologna nel 2011, in occasione del trentesimo anniversario del DAMS (26 febbraio) allorché su proposta dello stesso Cane, l’Università di Bologna conferì a Max Roach la laurea ad honorem (la lezione fu suonata dall’interessato con un assolo di venti minuti).

Giardina rilancia in quegli anni il Circolo del Jazz, e avvia una collaborazione con l’Osteria delle Dame (già luogo di ritrovo per cantautori bolognesi, come Francesco Guccini e Claudio Lolli); il Jazz Club Bologna è rifondato nel 1984 con statuto e l’assessore Soster accettò la collaborazione del Jazz Club all’ultima stagione di Filippo Bianchi quale direttore artistico.

La stagione ’85-’86, invece, fu affidata dall’assessore Eugenio Riccomini al Jazz Club; durante la gestione del Jazz Club i finanziamenti provenivano dalla Banca del Monte cui si affiancarono Volvo Italia e poi l’Unipol (in proposito Giardina sottolinea che il jazz se gestito e proposto bene, può suscitare interesse negli enti privati e migliorare il livello artistico dei concerti). Il tentativo da parte del nuovo Jazz Club (presieduto da Giardina) era quello di creare una vera e proprio stagione dall’autunno-inverno all’inizio dell’estate; la “filosofia di fondo” (spiegata dal presidente trombettista anche in interventi giornalistici) sarebbe scegliere e proporre solo complessi già affiatati e quindi più facilmente in grado di creare atmosfere interessanti e prestazioni di alto livello tecnico e artistico, ottenute in maniera non estemporanea né occasionale.

 

 

Rintanato nei locali

 

Il jazz cominciava, in ogni caso, a trovare spazio specialmente nei locali: alle Dame fu organizzato un mini-festival di vocalist; al Music In (in via della Birra, quartiere Borgo Panigale) si dedicò un appuntamento settimanale al jazz d’avanguardia e moderno, con gruppi italiani in maggior misura; dall’83 all’Osteria dell’Orsa ci furono esibizioni di gruppi italiani d’avanguardia e complessi capitanati dal gestore saxofonista Stefano Liporesi. Nei primi anni ’90 giovani animatori di serate jazz all’Orsa furono Guglielmo Pagnozzi (tutt’ora attivo, fra Venezia e Bologna), i pianisti Luca Matteuzzi e Stefano De Bonis (quest’ultimo oggi al fianco di Cristina Zavalloni). Queste programmazioni stimolarono la riscoperta del jazz da parte dei giovani, in un momento in cui non esisteva più un festival di grosso calibro.

Il versante del revival fu tenuto in vita (oltre che dalla Dr. Dixie) da una nuova formazione, la High Society Swing Orchestra, capitanata dall’altista Roberto Manuzzi e dedita esclusivamente al jazz bianco degli anni ’40. In anni recenti, la Roveri Jazz Band si specializzerà nello stile tipico della Swing Era, con i brani di Goodman, Glenn Miller, Duke Ellington.

I locali più importanti che hanno contribuito nel tempo a fornire continuità e stabilità alle performance jazzistiche sono stati la Cantina Bentivoglio – condotta da Giovanni Serrazanetti – e il Chet Baker Club – condotto da Marco e Gilberto Baroni. Qui la formula abbinava il ristorante-enoteca di qualità alla musica dal vivo. I due locali sono poi diventati due piccole istituzioni, dove però gli sviluppi più creativi del linguaggio jazzistico entrano molto di rado: l’offerta s’è assestata in modo specifico sul jazz mainstream e jam session che mantengono in vita il linguaggio bop degli anni ’40 e ’50.

 

 

La breve gestione Umbria Jazz

 

“Umbria Jazz” era diventato un importante rassegna nel corso degli anni ’80, dopo la chiusura del festival di Bologna, ch’era stato stimato fra i più importanti a livello europeo e imprescindibile per i jazzisti americani che toccavano in tournée l’Italia. All’organizzazione di “Umbria Jazz” furono affidati alcuni sforzi per rinverdire la concertistica jazz bolognese: una rassegna estiva dal 23 al 26 luglio 2001 in piazza S. Stefano (con l’Olympia Brass Band di New Orleans che compì street-parades pomeridiane) e il tentativo di rilancio del festival nel 2002. In precedenza, nel maggio dello stesso anno al teatro Medica, Carlo Pagnotta di Umbria Jazz aveva organizzato un festival jazz, mentre al Cinema Lumière si svolgeva retrospettiva su film jazzistici di Pupi Avati.

 

 

Oggi

 

Dal 2006 il mese di novembre è attraversato dal nuovo Bologna Jazz Festival e dal 2010-2011 c’è un’intensificazione delle occasioni per le jam session, contesto abituale dei musicisti jazz per misurarsi con gli altri (e col pubblico) in maniera più informale rispetto a un’esibizione programmata.

Il Bologna Jazz Festival è partito nel 2006 ed è giunto alla settima edizione. L’ “edizione zero” è stata dedicata ad Alberto Alberti, scomparso nello stesso anno, e in suo onore si è istituito il Premio Alberto Alberti, che “ogni anno viene assegnato ai musicisti che, nella vita jazz di Alberto, hanno avuto un ruolo importante o avrebbero potuto averlo, in funzione delle sue preferenze musicali” (dal sito del Bologna Jazz Festival). Il festival è diventato presto un nuovo evento di riferimento, miscelando sapientemente i concerti di star americane (Cassandra Wilson, Eddie Henderson, Chick Corea, Steve Kuhn, Brad Mehldau, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Dave Holland), pregiati musicisti italiani (Stefano Bollani, Javier Girotto), jazzisti attivi a Bologna (Steve Grossman, Piero Odorici) e di recente gruppetti di jazz manouche (Tolga Trio).

Il sito ufficiale del Bologna Jazz Festival riporta la storia dei festival jazz cittadini, esibendo una continuità col passato, a partire dal primo Festival Jazz di fine anni ’50. La scelta degli spazi riguarda teatri e locali storici del jazz bolognese, come il Teatro delle Celebrazioni, la Cantina Bentivoglio e il più recente Take Five (ma coinvolge pure Ferrara e Modena). L’articolazione fra club e teatri aggrega i due ambiti in cui il jazz dal vivo era attecchito a Bologna, cioè i palcoscenici dei teatri, appunto, e l’intimità del locale: questo festival è qualcosa di nuovo, però cerca di tenere conto di entrambe le dimensioni storiche della diffusione del jazz in città.

Fra il 2006 e il 2009 si sono svolte le quattro edizioni dell’Alma Jazz Volvo Music Festival, dedicato alle big band universitarie di vari paesi europei, in un periodo in cui era anche molto attiva l’Alma Jazz Orchestra, creata in seno al DAMS e poi allargata all’intero ateneo.

Il festival Angelica (giunto alla ventiduesima edizione) non è espressamente dedicato al jazz, ma nel corso degli anni ha ospitato pure artisti e gruppi che si muovono fra jazz, musica contemporanea e musiche improvvisate (o “eterodosse”, come suggerisce la denominazione ufficiale); nelle ultime edizioni, è stato anche organizzato un contest per musicisti emergenti, che permette a giovani bolognesi di approdare all’Angelica. Una formazione bolognese che incarna gli stilemi della free improvisation (sempre presente al festival) è la Bologna Improvisers Orchestra, mentre un gruppo emergente sono i Luther Blisset, progetto di unione fra hardcore punk e improvvisazione jazz (il quintetto si esibiva spesso in supporto a manifestazioni politiche organizzate da collettivi di studenti).

Accanto alla attività della Cantina Bentivoglio, negli ultimi due anni gli spazi destinati alle jam session stanno crescendo, permettendo ai numerosi studenti della Scuola Jazz del Conservatorio e ai giovani accorsi da fuori, di potersi cimentare dal vivo in modo informale. Sembra esserci una sorta di gerarchia implicita in base ai posti in cui si riesce a suonare, che vanno dalle vie del centro storico (qualche trio o quartetto suona a piazza di Porta Ravegnana o in piazza Maggiore) agli spazi sociali, dai jazz club ai festival. In ogni caso, una buona parte del pubblico del jazz sono gli stessi jazzisti, che attraversano o cercano di attraversare come auditori tutti questi ambiti.

 

 

NOTE SUL MODUS OPERANDI

L’approccio non è stato solo documentare alcune singole serate (con riprese audio-visive), ma tentare un confronto fra le realtà istituzionali e posti nuovi o altri in cui musicisti di Bologna – specialmente gli studenti del Conservatorio – possono esibirsi. Per ri-costruire lo scenario jazz attuale non è chiaramente sufficiente concentrarsi sull’evento (concerto della star, unica jam session), bensì cercare d’indagare i rapporti tra formazione (scuola jazz del conservatorio e affini), auto-formazione (jam session e possibilità di realizzarle), esibizione, ascolto pubblico (partecipazione a concerti, convegni, seminari, ecc.).

Importante è stata la frequentazione assidua delle (poche) jam session e di alcuni concerti, per interagire coi musicisti di oggi – specie a margine delle jam – e sviluppare un dialogo attorno al tema: da conversazioni informali si è passato allo scambio di opinioni, di contatti, si entra nel giro per cooperare, programmare interviste. Il termine gergale “giro” è utilizzato volutamente per indicare come, alle volte, si marca un’identità o una presenza anche stabilendo delle cerchie professionali. Queste chiacchierate, però, raramente sono mutate in interviste strutturate dato che spesso si svolgevano nelle pause fra un set e l’altro del concerto, oppure a fine serata. In generale i musicisti (jazzisti e non) si mostravano interessati al progetto e laddove avvenivano riprese, spesso hanno chiesto di ottenere una copia del girato (scambio che nutre il rapporto), per studiare in un momento successivo la performance o utilizzare gli stessi filmati a scopo promozionale.

Nello specifico si sono tenuti in considerazione

 

Eventi istituzionali:

  • Inaugurazione della “Strada del jazz” (via Caprarie), 17 settembre 2011;

Bologna Jazz Festival (9-18 novembre 2011);

  • Festival Angelica (momento maggio, fuori festival);
  • Seconda edizione de “La strada del Jazz”, 15 settembre 2012.

 

Jam session:

 

  • Caffetteria Libreria Zammù (via Saragozza 32/a), ogni venerdì dalle 19 alle 23 jam session organizzata dagli studenti del Conservatorio Martini di Bologna;
  • Take Five (via Cartoleria 15), ogni venerdì sera jam session – intesa come “laboratorio musicale” – con trio resident; ogni sabato jam session gipsy manouche con duo stabile;
  • Spazio InDue (associato ARCI) è uno spazio polivalente in cui si svolgono concerti, perfomance teatrali, corsi di yoga e ballo, mimo, trapezio e altro; dalla primavera 2012 ogni giovedì sera c’è un’esibizione jazz seguita da jam session, partita timidamente per poi attirare numeroso pubblico (in specie musicisti) dall’autunno corrente;
  • Arterìa (vicolo Broglio 1/E), ogni martedì sera live concert + jam session (a seguire); dall’autunno 2012 ogni martedì sera si sta sperimentando un diverso tipo di jam in cui non si interpretano creativamente gli standard, bensì l’improvvisazione s’intreccia con le elaborazioni elettroniche di un trio di riferimento (batteria, sintetizzatore, live electronics, fiati);
  • Bar…Acca (via Ilio Barontini 1, ora chiuso), ogni venerdì sera jam session;
  • Alto Tasso (p.za San Francesco 6/d), programma jazz variegato ogni mercoledì sera nei periodi novembre-dicembre 2011 e maggio giugno 2012;
  • Macondo (via del Pratello 22),  ogni due domeniche jam session non jazzistica;
  • Cantina Bentivoglio (via Mascarella 4/B), storico jazz club con ristorante ed enoteca, quest’anno le jam session si sono svolte il lunedì sera, di solito lo stile predominante è quello bop degli anni ’50 o mainstream;
  • Bravo Caffè (via Mascarella 1), qui le jam session sono sporadiche, l’offerta musicale prevede jazz mainstream, soul, funky e cantanti pop ispirati da questi generi. In estate, in partnership con la Cantina Bentivoglio, organizza il Salotto del Jazz, in pratica un’estensione dei rispettivi ristoranti nel tratto di via Mascarella che li separa, con un’edicola rialzata per complessini jazz standard;
  • Chet’s Club (via Polese 7), ex Chez Baker, jazz club rinomato con ristorante annesso, da quest’anno ospita situazioni musicali disparate;
  • Il Cortile Caffè (via Nazario Sauro 24/b) solo occasionalmente ha ospitato perfomance jazz negli anni scorsi, di solito si concentra su formazioni ridotte (non sembra, comunque, che si punti molto all’ascolto partecipato di musica, quanto all’intrattenimento);
  • Bar Wolf (via Giuseppe Massarenti 118) fino a un paio di anni fa vantava un ricco cartellone di concerti – preferibilmente in acustico – dal jazz al cantautorato, dal tango e le musiche sudamericane agli esperimenti ethno-world di musicisti italiani; inoltre, la direzione artistica stimola le band emergenti a inviare demo per una possibile esibizione nel locale. Dal lato strettamente jazzistico, fino a tre anni fa ospitava le jam session dirette da Teo Ciavarella per gli universitari (prima alle Scuderie, in piazza Verdi), nell’ambito di Alma Jazz.

 

 

Fra i protagonisti

 

Leonardo Giardina detto Nardo (trombettista dixieland, bandleader, organizzatore) è una delle figure preminenti tra quegli appassionati che diedero vita alla scena dixieland bolognese. Autore del volume “La città del jazz”, interventista culturale nei dibattiti sulla gestione degli spettacoli jazz a Bologna, ha sempre sottolineato l’importanza di proporre al pubblico un’offerta eterogenea, che potesse rappresentare le file tradizionaliste, i jazzisti di successo e i musicisti impegnati nella sperimentazione, pure radicale.

 

Teo Ciavarella (pianista, tastierista, organizzatore) oltre a suonare come pianista e tastierista s’è messo in luce come direttore artistico e organizzatore culturale, proponendo a più riprese contesti pomeridiani di jam aperti agli studenti universitari e non, come “Lunedìjazz” che si svolgeva nel locale “La Scuderia” in piazza Verdi, dove in estate si spostavano i concerti serali (situazione poi trasferita al Bar Wolf). Ha assunto la direzione dell’Alma Jazz Orchestra (ampliamento della DAMS Jazz Orchestra) e l’organizzazione del Volvo Music Festival, festival di big band studentesche che richiamava formazioni da vari paesi europei. I concerti serali si svolgevano al Teatro delle Celebrazioni, mentre nel pomeriggio le band facevano incursioni in spazi pubblici come i Giardini Margherita, rievocando le street parades di New Orleans e dintorni.

 

Henghel Gualdi, clarinettista, arrangiatore, compositore. Gualdi non è stato soltanto un eccellente clarinettista, prosecutore del sound swing reso celebre da Benny Goodman, ma è un esempio completo di musicista professionista che è rimasto attivo in diversi ambiti: dalle bande del reggiano (in cui è iniziata la sua formazione pratica, quella teorica invece in un liceo musicale), alle orchestrine da ballo, dalle balere del liscio (per cui scrive anche brani originali) alle jam sessions di Bologna e dintorni. Divenne famoso già negli anni ’50 grazie alla diffusione radiofonica. La sua musica ha oscillato spesso fra “musica da ballo” e jazz, aspetto che talvolta gli ha attirato critiche da parte dei puristi italiani (cfr. in bibliografia Gualdi 1996), ma che invece dimostra un’adesione istintiva al mondo jazzistico americano, dove i musicisti erano contemporaneamente intrattenitori ed innovatori del linguaggio. La sua versatilità lo ho portato a dirigere la rassegna musicale “Zecchino d’Oro” (1962-63), comporre colonne sonore (per Pupi Avati, fra gli altri), ad essere chiamato per alcuni eventi istituzionali (come l’inaugurazione dello stadio di Belgrado, alla presenza di Tito, o un incontro a Rimini fra George Bush e Michail Gorbačëv); fu richiesto da Luciano Pavarotti per la tournée americana del 1989. Una delle sue celebri collaborazioni fu con Louis Armstrong, che accompagnò nel 1968 sul palco del festival di Sanremo.

Negli anni ’80 riprese a frequentare l’ambiente jazz di Bologna e divenne il clarinettista ufficiale della Dr. Dixie Jazz Band. Negli anni ’90 è stato attivo come didatta, tenendo corsi d’improvvisazione in vari conservatori e pubblicando un apposito metodo; a Cattolica dirigeva una big band con giovanissimi elementi.

 

Lucio Dalla, non è diventato famoso come jazzista, bensì come interprete e poi cantautore, ma i suoi esordi sono stati proprio nell’ambiente dixieland di Bologna: fece parte della Rheno di Giardina come clarinettista, assoldato più per la sua creatività che per la competenza tecnica (Dalla ha sempre ricordato che imparò il clarinetto da autodidatta), poi a Roma si unì ai Flippers, band che mescolava il jazz con musiche ballabili come il cha cha cha. Sebbene successivamente non si sia dedicato al jazz, si può affermare che Dalla abbia conservato più di un elemento del fare jazzistico, a cominciare dallo scat che inseriva nelle sue canzoni, all’attitudine (mantenuta per tutta la carriera) di variare dal vivo, magari appena, le linee vocali come se stesse improvvisando su uno strumento (clarinetto e sax continueranno a essere utilizzati nelle sue produzioni). Più volte Dalla ha partecipato come ospite agli anniversari della Dr. Dixie o in qualche jam alla Cantina Bentivoglio, fino ad essere accompagnato dal vivo dalla DAMS Jazz Orchestra.

 

Tristan Honsinger, violoncellista e performer dell’improvvisazione radicale europea, attivo a Bologna per oltre un decennio dall’inizio degli anni ’90; ha intrattenuto rapporti con Bassesfere e musicisti fondatori della Scuola Popolare di Musica Ivan Illich.

 

Collettivo Bassesfere, nato a inizio anni ’90 sull’onda dei fermento politico-culturale in ambito universitario, ne fanno parte o ne hanno fatto parte – fra gli altri – Fabrizio Puglisi, Enrico Sartori, Lullo Mosso, Achille Succi, Francesco Cusa, Mirko Sabatini, Edoardo Marraffa, Guglielmo Pagnozzi, Cristina Zavalloni. Oltre a suonare come Collettivo unitario, nel tempo hanno dato vita a piccole formazioni autonome, cercato spazi creativi nuovi, realizzato trasmissione radiofoniche e organizzato concerti con improvvisatori stranieri, intrattenendo un rapporto elettivo con la scena olandese (Honsinger, Han Bennik, Misha Mengelberg). Nel 1999 fondano l’etichetta indipendente BassesfeREC.

 

Giampiero Cane, docente di Civiltà musicale afro-americana al DAMS dal 1973 al 2007, presenza non ortodossa in ambito accademico, collaboratore per eventi (come il JazzBO dell’1989); è da ricordare per il suo interventismo polemico nell’organizzazione artistica, l’approccio radicale e puntuale alla storia del jazz e dei suoi protagonisti, con una decisa predilezione per il free jazz e in generale il jazz più innovativo, sul piano del linguaggio principalmente.

 

Roveri Jazz Band è una big band che si ispira alle formazioni jazz degli anni Quaranta e Cinquanta; oltre al dixieland, suona lo stile swing tipico delle orchestre di Benny Goodman, Duke Ellington e Glenn Miller, accostando pure melodie pop degli anni ’60. La Roveri è un’occasione per alcuni musicisti giovani di “farsi le ossa” in una big band, una dimensione lavorativa molto meno sperimentata rispetto ai consueti quartetti o quintetti. La band è stata messa su da Sauro Baldi e portata avanti con andirivieni di musicisti; in una conversazione Sauro ha sottolineato la difficoltà di mandare avanti la Roveri, considerando che nessuno è musicista professionista e spesso gli impegni extramusicali prendono il sopravvento, ma al contempo sottolinea che quelli motivati e appassionati continuano. Attualmente la band, cambiando direttore, ha modificato il repertorio orientandosi verso il jazz più moderno.

Per tramite del giovane saxofonista Ferdinando D’Urso è stato possibile filmare una delle sessioni di prova della band – nello scantinato del Centro Zonarelli, in via Sacco (quartiere San Donato) – e poi chiacchierare con Sauro e il batterista ultraottantenne Gianfranco Petrucci, attivo pure con la Dr. Dixie. Il giovane D’Urso ha dichiarato che la Roveri rappresenta un buona occasione per uno strumentista alle prime armi di misurarsi con i modi organizzative di una big band, tendenzialmente un tipo di formazione poco diffuso a confronto dei quartetti o quintetti nel jazz contemporaneo.

 

 

 

Bibliografia:

AA.VV., Il Jazz in Emilia Romagna. L’arte, la storia, il pubblico, Ravenna, Europe Jazz Network Editore, 2005

ADVERSI, Ivano, Buonanotte suonatori. Luoghi e protagonisti del jazz a Bologna, Argelato (BO), Minerva, 2009

CANE, Giampiero, Bologna Jazz, Bologna, Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni, 2007

GIARDINA, Nardo, La città del jazz, Casalecchio di Reno (BO), Bologna, Grafis, 1992

GIARDINA, Nardo, Quelli del jazz, Bologna, Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni, 2008

GUALDI Henghel, Poteva andar meglio, Rimini, Guaraldi, 1996

MAZZOLETTI, Adriano, Il jazz in Italia vol II. Dallo swing agli anni sessanta, Torino, EDT, 2010

 

Filmografia:

Avati Pupi, Jazz Band, film tv, 1978

Avati Pupi, Dancing Paradise, film, 1982

Avati Pupi, Accadde a Bologna, film, 1983

Avati Pupi e vari (a cura di), Bologna città del jazz : jazz city, documentario, 2002 (pubblicato con la riedizione di Giardina 1992)

Maccioni Germano, My main man – Appunti per un film sul jazz a Bologna, documentario, 2010

 

 

 

 

 

 

 

INTERVISTA CON FABRIZIO PUGLISI, ottobre 2012

 

Fabrizio Puglisi è un modello di personalità traversale che opera fra jazz, musica sperimentale, didattica e organizzazione, che ha potuto offrire una testimonianza a tutto tondo. L’intervista s’è svolta poco prima dell’esibizione allo Spazio InDue, cui è seguita la jam session, partecipata anche da alcuni suoi allievi. Oltre a essere un musicista attivo nel jazz e nelle musiche sperimentali, Puglisi è anche rinomato insegnante di pianoforte jazz al Conservatorio di Bologna. Fondatore del Collettivo Bassesfere, collabora con la Scuola Ivan Illich dalla sua nascita, e tutt’oggi vi svolge seminari d’approfondimento sull’improvvisazione o le musiche africane. Lo si può ascoltare nei luoghi storici del jazz bolognese, nei locali con mini-rassegne, quanto negli spazi sociali e nelle aule occupate della Facoltà di Lettere e Filosofia.

 

Possiamo cominciare con un riferimento al Collettivo Bassesfere: siete ancora attivi?

Puglisi: Sì siamo ancora attivi come Bassesfere, però rispetto ad anni fa, quando la presenza su territorio era maggiore, oggi siamo un po’ disgregati. Per esempio Enrico Sartori è a Monaco, Antonio Borghini a Berlino, Christian Calcagnile a Milano, un paio hanno trovato la loro dimensione sull’Appennino… Prima ci sbattevamo di più, organizzando eventi, ma quando capita che ci troviamo a suonare insieme riemerge… la voglia di suonare insieme c’è ancora, con Lullo Mosso, Alberto Capelli, Edoardo Marraffa…

 

Come nasce Bassesfere?

Puglisi: Molti di noi ci siamo incontrati ai seminari estivi di Siena Jazz, a 16-17 anni, io il primo seminario a Siena jazz l’ho frequentato a 16 anni, lì ho conosciuto Luigi Mosso, Marraffa, eravamo più o meno della stessa fascia d’età. Poi, per una serie di circostanze, ci siamo beccati a Bologna, ad esempio ho rincontrato Stefano De Bonis al DAMS. Noi come gruppo non avevamo un approccio tradizionale al jazz, ci siamo ritrovati a Bologna dove invece la tradizione del jazz è molto radicata, fortemente connotato il legame col be bop… in parte ancora adesso è così, c’è una dicotomia fra musicisti bolognesi d’origine… Carlo [Atti], Giancarlo … Max Dall’Omo… invece a noi piaceva Ornette Coleman, Marraffa era già intrippato con Alber Ayler, io ascoltavo Mingus… un altro approccio, naturalmente… ci siamo ritrovati a fare gruppo, a suonare insieme alla vecchia, nelle cantine le sale prova…

 

E poi c’era la Scuola Ivan Illich…

Puglisi: Nel ’92, anno della Pantera, nascono varie cose tra cui l’Ivan Illich, in seguito alle occupazioni, infatti la scuola era in via Guerrazzi, dove c’era la sede del DAMS. Ci conoscevamo tutti, ma fin dalle origini Bassesfere e Ivan Illich sono state due cose distinte, ci siamo mescolati ma venivamo da percorsi diversi; il giro dell’Ivan Illich veniva dal DAMS, ma erano soprattutto influenzati da Gino Stefani, che faceva semiologia della musica; mentre noi “Bassisferi” venivamo più dalle lezioni di Cane, quindi proprio una visione antinomica, Giampiero è un po’ più snob…

 

Vi ha influenzato il fatto di aver frequentato il DAMS?

Puglisi: Di sicuro, era un luogo d’incontro e formazione culturale.

 

Per la tua attività di musicista tu hai trovato in Bologna una città ideale, sei stato anche da altre parti?

Puglisi: Sono stato qualche anno in Olanda, ho avuto un momento di crisi con Bologna, a fine ’90 in particolare, perché era anche finito un arco, un tipo d’entusiasmo, sentivo il bisogno di cercare altre cose e Amsterdam è una città che mi ha colto subito benissimo, la scena musicale mi piaceva tantissimo, ascoltavo già Han Bennik, Misha Mengelberg, Han Reiziger… con Reizeger avevo suonato nel ’94 all’Osteria dell’Orsa, ch’era un posto storico per il jazz a Bologna, passavano musicisti grossi, si suonava nella sala sotto, il clima era bello, d’ascolto…

 

Oggi com’è il clima a Bologna?

Puglisi: Guarda, è cambiato molto a seconda dei periodi… Secondo me questi ultimi due anni sono molto buoni, i musicisti in genere sono lamentosi, ma oggi ci sono un sacco di posti per suonare. [Facendo un confronto con altre città] Torino, Roma, Milano… non c’è… ma gli ultimi due anni [a Bologna] sono molto positivi, certo le cose vengono soprattutto dall’undeground, esistono vari spazi ognuno con le sue caratteristiche, luoghi dove ci si incontra… comunque a Bologna c’è una scena di musicisti di tutto rispetto, molti giovani bravissimi.

 

C’è un intreccio fra la tua attività di insegnante e quella di musicista?

Puglisi: Chiaro che c’è, poi a me piace la didattica. Io ho avuto la fortuna di avere maestri buoni, che puntavano alla trasmissione orale del jazz, che oggi va perdendosi, molti ragazzi sono convinti che hanno tutto con internet, i video, i PDF… Io ho imparato molto da musicisti che avevano la consapevolezza che questa musica si tramanda dal rapporto, dal contatto con gli altri.

 

Come consideri l’organizzazione del Conservatorio?

Puglisi: E’ orientato a darti un titolo di studio, a formarti come musicista professionista, sta comunque allo spirito critico della persona saper distinguere, prendere quello che c’è da prendere. Penso comunque che il Conservatorio sia utile, certo… dipende dall’insegnante, però se c’è uno come Zenni [insegnante di storia del jazz]!

 

 

 

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