Ensemble Concordanze

“Concordanze” è un’associazione creata da un collettivo di musicisti di formazione classica, provenienti dal Conservatorio, dal DAMS e dal Teatro Comunale: unisce lavoratori professionisti, studenti alle prime armi, studenti lavoratori, maestri veterani, senza distinzione d’età, nel segno di una collaborazione e crescita reciproca, di una trasmissione di saperi non gerarchizzata. Non solo: l’Ensemble punta a contribuire a rendere la musica un fatto sociale, con concerti aperti a tutti, gratuiti, in luoghi non canonici come ospedali, comunità psichiatriche, centri sociali (è una presenza fissa al Bartleby con i suoi concerti domenicali, sempre frequentatissimi), carceri e il C.I.E. di Bologna, nella convinzione che la cosiddetta musica “classica” o “colta” debba essere fruibile da tutti, e che debba confrontarsi con la società che la circonda, magari per migliorarla.

Il repertorio è ricco ed eterogeneo, accogliendo composizioni del periodo classico, romantico, primo-novecentesco, incursioni nella musica contemporanea e prime esecuzioni di giovani compositori che operano a Bologna. Ogni concerto della stagione 2012 prevede infatti la prima di opere commissionate da Concordanze a questi giovani compositori, in particolare studenti del Conservatorio; i musicisti l’Ensemble non hanno soltanto concesso loro di far eseguire proprie creazioni, ma li hanno affiancati durante le fasi della composizione, rendendosi disponibile per le questioni più tecniche: n’è scaturito un processo di reciproche influenze, che ha consentito pure di esplorare nuove tecniche compositive.

Una costante – specie nei programmi presentati al Bartleby – è quello di cogliere e mostrare gli aspetti anche giocosi e divertenti di una musica altrove ritenuta seriosa, arricchendo l’esecuzione con puntuali e concise informazioni sul compositore e il brano proposti.

Abbiamo incontrato due giovani componenti, la clarinettista Michela Ciavatti e il flautista Fabrizio Nardini; l’intervista è avvenuta nella cornice informale dell’Ortica, birreria in via Mascarella dove a volte si riuniscono gli stessi soci.

La cosa che colpisce subito dell’Ensemble è la natura di collettivo: fate regolarmente assemblea, suonate in contesti non canonici per la musica classica. Concordanze è sorta subito con quest’idea di collettivo?

Michela: Ci siamo trovati alcuni ragazzi del Teatro Comunale, alcuni del Conservatorio e alcuni del DAMS, l’idea era proprio quella di unire queste tre istituzioni dal basso, senza passare per vie dall’alto… Si voleva trovare tra di noi un modo di fare musica insieme, fare quello per cui studiamo o abbiamo studiato – come nel caso dei professori del teatro – e chi la studia invece più a livello teorico come i ragazzi del DAMS, riuscire a trovare un terreno comune per lavorare insieme.

Fabrizio: Sono tre istituzioni che storicamente hanno dialogato poco, è un bene cercare di fare entrare in contatto persone che si occupano dello stesso ambito e che magari sono separate a causa di preconcetti o visioni create dall’alto, che magari influenzano tramite politiche precostituite ciò che dovrebbe essere naturale e non lo è.

Voi venite dal Conservatorio?

Michela: Sì, io sto facendo il biennio [specialistico] da un’altra parte, Fabrizio ha finito. Un problema recente è la mancanza di ricambi, non riusciamo a trovare ragazzi del Conservatorio che vogliano entrare, suonare e prendere parte attiva nell’associazione, non siamo riusciti ad aprire così tanto come speravamo, all’esterno.

Quali possono essere i motivi, secondo voi, cosa vi rispondono quando fate voi una proposta del genere?

Michela: Un po’ il problema è che il Conservatorio non forma abbastanza i ragazzi a suonare fuori, ci sono poche eccellenze e tutto il resto rimane abbastanza chiuso.

Quando dovrebbero cogliere la palla al balzo…

Michela: Penso ci sia molta paura, quando si sente parlare dei musicisti del Comunale sembra una cosa molto grande…

Fabrizio: Possono far timore sia allo studente che al docente, che tende ad avere una visione molto personale dei propri allievi, per cui tendi a rinchiuderli nella sua aula e a farli avere poca comunicazione con l’esterno.

C’è poco rapporto quindi fra il Conservatorio e i luoghi, le occasioni per fare la musica a Bologna?

Michela: Ce n’è pochissima. Adesso si sta aprendo, ma il Conservatorio ha avuto un periodo buio, durato quindici anni…

Fabrizio. Si sta aprendo con timidezza…

Michela: Fanno fatica ad aprirsi ad altre istituzioni, alle altre realtà musicali di Bologna.

Di solito gli allievi si esibiscono nella Sala Bossi…

Michela: Sì, c’è la Sala Bossi, fanno una piccola rassegna la domenica pomeriggio nel Palazzo comunale, adesso ogni tanto un pomeriggio musicale al Manzoni… rimane comunque molto complicato, non sempre è aperto a tutti gli allievi.

Fabrizio: Molto autoreferenziale sotto certi punti di vista.

Michela: Come “Concordanze” facciamo sempre le prove aperte, cerchiamo di pubblicizzarle il più possibile, chiunque può entrare, vedere, ascoltare, lasciare le partiture; abbiamo fatto prove e concerti con direttori molto bravi, come Michele Mariotti che lavora al Comunale, Carlo Tenan ch’è in giro per il mondo adesso, ma c’era sempre pochissima gente, non saprei spiegare bene perché… Anche fra gli stessi allievi c’è poco interesse nel vedere come effettivamente si può lavorare… questa possibilità che loro non colgono di veder lavorare professionisti assieme a ragazzi come loro.

Rispetto a formazioni come il Collegium Musicum, voi dell’Ensemble fate una vera e proprio assemblea quando vi incontrate…

Michela: Sì, la gestione è molto democratica, in assemblea ognuno può dire la propria, non importa che ruolo ricopre; insieme scegliamo il repertorio, che linea seguire, dove andare a suonare e in quali contesti: non ci piace suonare ovunque, accettare qualsiasi situazione solo per soldi, lo facevamo un po’ all’inizio per pagare gli esterni che venivano. Una delle cose che ci pare importante è che chi suona, chi lavora venga pagato…

Fabrizio: … che venga riconosciuto il valore dell’impegno.

Voi dell’Ensemble come vi giostrate?

Michela: Quest’anno abbiamo ricevuto un contributo finanziario dalla Fondazione del Monte per la nostra stagione di concerti.

Quando intervenite in luoghi come gli ospedali siete pagati?

Michela: In questi casi è una cosa forfettaria, propongono una certa cifra per tot prove e tot concerti e se ne discute.

Per voi quindi è importante riconoscere il lavoro sul piano anche economico.

Michela: Chiaro. La cosa più brutta è trovarsi qualcuno che ti chiede di suonare “ovviamente gratis!”, ma come? Per cosa ho studiato tutti questi anni?

Oltre a luoghi meno canonici come ospedali, suonate spesso al Bartleby o intervenite in supporto alle manifestazioni politiche… contesti istituzionali non li attraversate proprio?

Michela: L’abbiamo fatto un po’ in passato. Una volta è capitato con “La Soffitta”.

Avete cercato di riunirvi in Ensemble per un’esigenza personale, per sopperire a delle mancanze e creare una sinergia tra istituzioni, che manca. A livello di formazione e autoformazione, quest’esperienza vi ha aiutato a migliorare?

Fabrizio: In effetti questo è un aspetto che non viene percepito dall’esterno: collaborare con persone con un certo percorso alle spalle, che attualmente lavorano nel campo che dovrebbe esser il tuo, è molto più formativo che frequentare la propria lezioncina nell’aula con un docente che magari ultimamente fa altro. Per cui, si approfondisce di più, si imparano delle dinamiche che all’interno della lezione individuale e del piccolo ensemble del Conservatorio non si ha, perché è completamente un altro punto di vista, un altro metodo di lavoro, un altro approccio. Per me l’Ensemble è stato molto importante per progredire.

Michela: Per me è stato fondamentale, anche per capire certe cose di me. Prima di questa esperienza avevo suonato veramente poco in giro, non sapevo le mie reazioni col pubblico, quello che veramente potevo tirare fuori, invece lavorando con gente più esperta… Nell’Ensemble c’è gente che ha fatto anche cose di alto livello, all’inizio spaventa molto questa cosa, invece poi ti rendi conto che sono persone normali! Per me è stato importante avere sfatato questi miti che i professori del Teatro Comunale sono troppo alti per poterci solo parlare. Forse è per questo che gli studenti sono spaventati, non avendo avuto un riscontro diretto con professionisti, tendono a mitizzarli.

Nel mio caso, i concerti con l’Ensemble sono stati i più belli in assoluto, quelli che lasciano di più perché dai un senso reale a quello che fai. Suonare per me è una soddisfazione personale, una crescita personale, ma cosa faccio veramente per gli altri… niente! Invece quando andiamo nelle carceri, negli ospedali, nelle comunità psichiatriche c’è un altro tipo d’entusiasmo da parte del pubblico, si crea una connessione fra chi suona e chi ascolta, è molto più emozionante.

Fabrizio: Percepiscono da un punto di vista emotivo, senza altri filtri.

È chiaramente diverso dal suonare davanti a una platea di insegnanti e studenti, che magari è pronta giudicare, a misurare quello che stai facendo. Quindi incontrate risposte positive?

Michela: Sempre. Ti puoi fermare a parlare con loro, in alcuni casi. I pazienti psichiatrici, ad esempio, hanno un’altra sensibilità, non hanno problemi se una cosa non piace alzarsi e andare. Invece vedere che restano lì per un’ora, seduti, rinunciando alle normali abitudini come fumare, è una cosa molto particolare.

Fabrizio: Certo non ci sono le convenzioni sociali tipiche del pubblico di sala. Loro reagiscono in base a quello che sentono, c’è un rapporto diretto fra quelli che ascoltano e quelli che suonano. L’atteggiamento è sempre fantastico da parte di questo tipo di pubblico, a Reggio Emilia ci chiedevano informazioni direttamente a noi, è un contatto umano incredibile rispetto a condizioni più solite.

Michela: Dove non sai se la gente è venuta per ascoltarti o farsi vedere.

Voi personalmente siete attivi anche in altre situazioni musicali?

Michela: Io no perché l’associazione mi prende molto, anche a livello organizzativo, poi sto ancora studiando.

Fabrizio: È un po’ complicato, comunque anch’io sto finendo l’università, faccio ingegneria meccanica, già riuscire a tenere le due cose non è facile.

Nell’Ensemble le persone sono attive su più fronti generalmente?

Michela: A parte i musicisti del Comunale, gli altri si arrabattano con quello che trovano. Lavorare a livello professionale risulta ancora difficile.

Abbiamo parlato fino ora dei nostri concerti nel sociale, ma un’altra cosa sempre molto bella sono i concerti a Bartleby, anche lì è stato molto interessante come esperimento: di solito nei concerti di musica classica c’è bisogno di assoluto rigore formale, silenzio, non alzarsi, non si può disturbare, invece al Bartleby abbiamo detto esplicitamente che la gente doveva sentirsi libera di fare quello voleva, entrare, andare via, perché la musica classica doveva essere considerata come tutti gli altri tipi di musica, non deve esser tanto elevata, non deve spaventare, ma la cosa bella e interessante è che tutti ai nostri concerti stanno zitti e nessuno si muove!

Ovviamente ci auguriamo che l’Ensemble rimanga com’è, una realtà particolare, solida e autogestita, però è emerso dal discorso che si tratta di una dimensione che sarebbe utile per molti giovani musicisti e c’è una certa difficoltà a fare percepire quest’esperienza: secondo voi, cosa si potrebbe fare, al di là della mera propaganda?

Fabrizio: Si sa che esistono le prove aperte. Quelli che vengono sono persone che hanno avuto il modo e la prontezza di capire dei limiti dell’ambiente e di trovare altre strade, altri mondi, quindi sono venuti a cercarci, trovarci e hanno accettato l’invito. Nella maggior parte dei casi non è così, forse è un po’ di pigrizia, forse viene visto dai ragazzi come qualcosa senza sbocchi…

Michela: … forse alcuni preferiscono concentrarsi su qualcosa di più remunerativo, che magari è comprensibile con la situazione di oggi.

Siete l’unico gruppo a Bologna, se non sbagliamo che fate cose simili, l’unico ensemble giovanile…

Fabrizio: Ce ne sono alcuni, ma operano in contesti più istituzionali, musei, chiese, accademie…

Michela: C’è il Fontana Mix che fa cose bellissime, di altissimo livello, anche loro hanno un sacco di problemi a trovare posti, concerti, non mi sembra ci sia interesse a seguire queste cose alternative da parte della città. La città li ha completamente abbandonati, non hanno più un posto per provare, né riescono a trovare luoghi particolari per fare i concerti, né ricevono finanziamenti. E’ l’unico ensemble di musica contemporanea di un certo livello che esiste a Bologna.

Da questa chiacchierata emerge che, almeno nell’ambito della classica, in città le attività ci sono, ma è come se rimanesse in ambiti propri, non c’è un’apertura alla cittadinanza…

Michela: Ma per tutto quello che è l’associazionismo a Bologna è così, anche fuori dalla classica…

Dici ch’è una caratteristica della città, questo muoversi per “nicchie”…

Michela: Sì, che non riescono ad aprirsi, che non trovano sbocchi reali in città, non trovano aiuti da parte delle istituzioni, sia nel pubblico che nel privato. Il Comune avrebbe dovuto supportare realtà come il Fontana Mix; stessa cosa vale per Bartleby, un posto che fa cultura.

Come se un po’ tutte queste realtà stanno in delle nicchie ma hanno difficoltà a venire fuori. E cosa viene fuori? Cosa emerge del mondo della musica classica?

Michela: L’Orchestra Mozart principalmente. Il Comunale si difende ma non lo stanno aiutando per niente; quando ci sono state manifestazioni, scioperi negli anni scorsi, i musicisti e lavoratori del Comunale non ne sono usciti bene, una parte della città ha detto “Voi dovreste fare il vostro lavoro, perché vi lamentate? Cosa volete di più? Perché pensate?”.

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