Jazz e musica nei locali

Jazz, jam session e musiche dal vivo

Un lavoro di indagine sullo scenario jazz nella città di Bologna non può che essere fluido e coinvolgere una durata e uno spazio temporali che vanno oltre i singoli eventi. Questo non solo perché si tratta di musica (a volte slegata da un preciso luogo fisico), ma perché la pratica di certi stili di jazz mantiene l’attitudine a manifestarsi in momenti estemporanei (jam session organizzate, jam session a fine concerto), contesti semi-professionali, accanto a perfomance strutturate.

Dal 2006 il mese di novembre è attraversato dal Bologna Jazz Festival e dal 2010-2011 c’è un’intensificazione delle occasioni per le jam session, contesto abituale dei musicisti jazz per misurarsi con gli altri (e col pubblico) in maniera più informale rispetto a un’esibizione programmata. L’approccio non è stato solo documentare alcune singole serate (con riprese audio-visive), ma avviare un confronto fra queste due realtà, cioè il Festival in quanto ambito istituzionale e posti nuovi o altri in cui musicisti di Bologna – specialmente gli studenti del Conservatorio – possono esibirsi. In passato, i vari festival jazz che si sono avvicendati in città hanno puntato spesso a coinvolgere i club e i locali. Il Festival, in effetti, coinvolge teatri e locali storici del jazz Bolognese, come la Cantina Bentivoglio e il più recente Take Five. Non bisogna però concepire queste due realtà come totalmente separate, dato che alcuni musicisti o formazioni locali attraversano tranquillamente l’ambito “istituzionale” e quello “occasionale”.

 

Eventi istituzionali:

–       Inaugurazione della “Strada del jazz” (via Caprarie), 17 settembre 2011;

–       Bologna Jazz Festival (9-18 novembre 2011);

–       Festival Angelica (momento maggio, fuori festival);

–       Seconda edizione de “La strada del Jazz”, 15 settembre 2012.

Il sito ufficiale del Bologna Jazz Festival riporta la storia dei festival jazz cittadini, esibendo una continuità col passato, a partire dal primo Festival Jazz di fine anni ’50. Nella prospettiva di una ri-costruzione storica della vita del jazz a Bologna, un passaggio utile sarebbe comprendere quanto si conservi o meno tale continuità, e quali rapporti esistevano fra il festival, i locali, la cittadinanza, e la pratica musicale. Questo tipo di lavoro comporta chiaramente una ricerca a livello d’archivio (testi, articoli, registrazioni, siti internet, foto, stampa del settore) e un utilizzo di interviste mirate, per coinvolgere alcuni personaggi-chiave per il jazz a Bologna. Ad esempio, Alberto Alberti (deceduto pochi anni fa), gestore del Disclub e organizzatore di tante edizioni del Festival Internazionale del Jazz assieme a Cicci Foresti; il trombettista Leonardo Giardina della storica Dr. Dizie Jazz Band, sorta di bandiera del “jazz bolognese”; la presenza di musicisti stranieri come il saxofonista bopper Steve Grossman e l’improvvisatore radicale Tristan Honsinger; il Collettivo Bassesfere attorno cui si concentrano le attività della scena free jazz e sperimentale, anche tramite la produzione discografica indipendente; bolognesi famosi come Lucio Dalla e Pupi Avati, i quali potrebbero testimoniare della vitalità jazzistica negli anni ’50 e ’60.

Importante poi è l’interazione costante coi musicisti di oggi – specie a margine delle jam – per sviluppare un dialogo attorno al tema: da conversazioni informali si passa allo scambio di opinioni, di contatti, si entra nel giro per cooperare, programmare interviste. Il termine gergale “giro” è utilizzato volutamente per indicare come, alle volte, si marca un’identità o una presenza anche stabilendo delle cerchie professionali.

Il festival Angelica (giunto alla ventiduesima edizione) non è espressamente dedicato al jazz, ma nel corso degli anni ha ospitato pure artisti e gruppi che si muovono fra jazz, musica contemporanea e musiche improvvisate (o “eterodosse” come suggerisce la denominazione ufficiale); nelle ultime edizioni, è stato anche organizzato un contest per musicisti emergenti, che permette a giovani bolognesi di approdare all’Angelica.

La raccolta di materiali audiovisivi è già in corso, mentre l’osservazione partecipante si sta concentrando su alcuni spazi destinati alla musica dal vivo. Oltre al jazz si stanno monitorando, in generale, situazioni in cui uno spazio è messo a disposizione di musicisti emergenti, certo non con intenti esaustivi, ma per approfondire un discorso più generale sul fare musica dal vivo a Bologna, una problematica molto sentita dagli “addetti ai lavori” che si intreccia con fattori socioeconomici, scelte politiche e controversie giuridiche. Proprio per questo motivo si sono presi contatti con altre figure professionali, come gestori di locali o responsabili della direzione artistica, consci che anche il contesto in cui si agisce può influire sulle pratiche musicali.

Come già accennato, l’obiettivo è non centrarsi esclusivamente sull’evento (concerto della star, unica jam session), bensì indagare sui rapporti tra formazione (scuola jazz del conservatorio, altre scuole e corsi singoli), auto-formazione (jam session e possibilità di realizzarle), esibizione, ascolto pubblico (partecipazione a concerti, convegni, seminari, ecc.). Un esempio: verificare quale pubblico segue il Jazz Festival, quale abitualmente cena e ascolta alla Cantina Bentivoglio, quale partecipa e segue le jam; verificare se la continuità di certi eventi contribuisce allo sviluppo del jazz come stile condiviso praticato, da giovani e non.

 

Jam session e concerti

–       Caffetteria Libreria Zammù (via Saragozza 32/a), ogni venerdì dalle 19 alle 23 jam session organizzata dagli studenti del Conservatorio Martini di Bologna;

–       Take Five (via Cartoleria 15), ogni venerdì sera jam session – intesa come “laboratorio musicale” – con trio resident; ogni sabato jam session gipsy manouche[1] con duo stabile;

–       Spazio InDue (associato ARCI) è uno spazio polivalente in cui si svolgono concerti, perfomance teatrali, corsi di yoga e ballo, mimo, trapezio e altro; dalla primavera 2012 ogni giovedì sera c’è un’esibizione jazz seguita da jam session, partita timidamente per poi attirare numeroso pubblico (in specie musicisti) dall’autunno corrente;

–       Arterìa (vicolo Broglio 1/E), ogni martedì sera live concert + jam session (a seguire); dall’autunno 2012 ogni martedì sera si sta sperimentando un diverso tipo di jam in cui non si interpretano creativamente gli standard, bensì l’improvvisazione s’intreccia con le elaborazioni elettroniche di un trio di riferimento (batteria, sintetizzatore, live electronics, fiati);

–       Bar…Acca (via Ilio Barontini 1, ora chiuso), ogni venerdì sera jam session;

–       Alto Tasso (p.za San Francesco 6/d), programma jazz variegato ogni mercoledì sera nei periodi novembre-dicembre 2011 e maggio giugno 2012;

–       Macondo (via del Pratello 22),  ogni due domeniche jam session non jazzistica;

–       Cantina Bentivoglio (via Mascarella 4/B), storico jazz club con ristorante ed enoteca, quest’anno le jam session si sono svolte il lunedì sera, di solito lo stile predominante è quello bop degli anni ’50 o mainstream;

–       Bravo Caffè (via Mascarella 1), qui le jam session sono sporadiche, l’offerta musicale prevede jazz mainstream, soul, funky e cantanti pop ispirati da questi generi. In estate, in partnership con la Cantina Bentivoglio, organizza il Salotto del Jazz, in pratica un’estensione dei rispettivi ristoranti nel tratto di via Mascarella che li separa, con un’edicola rialzata per complessini jazz standard;

–       Chet’s Club (via Polese 7), ex Chez Baker, jazz club rinomato con ristorante annesso, da quest’anno ospita situazioni musicali disparate;

–       Il Cortile Caffè (via Nazario Sauro 24/b) solo occasionalmente ha ospitato perfomance jazz negli anni scorsi, di solito si concentra su formazioni ridotte (non sembra, comunque, che si punti molto all’ascolto partecipato di musica, quanto all’intrattenimento);

–       Bar Wolf (via Giuseppe Massarenti 118) fino a un paio di anni fa vantava un ricco cartellone di concerti – preferibilmente in acustico – dal jazz al cantautorato, dal tango e le musiche sudamericane agli esperimenti ethno-world di musicisti italiani; inoltre, la direzione artistica stimola le band emergenti a inviare demo per una possibile esibizione nel locale. Dal lato strettamente jazzistico, fino a tre anni fa ospitava le jam session dirette da Teo Ciavarella per gli universitari (prima alle Scuderie, in piazza Verdi), nell’ambito di Alma Jazz.

 

Focus: Zammù

L’anno scorso (2010-2011) le jam session iniziavano in genere dalle 19 e terminavano verso la mezzanotte, sebbene il momento più partecipato da musicisti e pubblico (che spesso coincidevano) era dalle 21 in poi. L’iniziativa era a cura di studenti della Scuola jazz del Conservatorio Martini di Bologna, per cui la maggior parte dei musicisti che intervenivano provenivano o avevano studiato nello stesso ambiente.

Si può dire che la dimensione studentesca è sottolineata dal ricorso ai “Real Book”, volumi molto diffusi nell’ambito jazz che raccolgono un repertorio di standard in varie tonalità e in cui sono trascritte linee melodiche e armonizzazioni, segnalando la versione di riferimento. Come avviene nella maggior parte dei casi, dopo un fugace consulto i musicisti attaccano il brano prescelto, e i solisti s’inseriscono a turno, in modo chiaramente non fisso: in alcuni casi, specie trombettisti e saxofonisti rimangono a margine dello spazio destinato ai musicisti (spazio che, in certe serate si confondeva con quello destinato ai consumatori) e s’inseriscono con un assolo “prendendo” la linea  melodica, marcando l’entrata anche in modo fisico, cioè camminando verso l’ideale scena. Si rammenta una serata in cui il numero dei musicisti era superiore al classico combo[2]: quattro sax, due tromboni, una tromba, oltre a batteria, chitarra, contrabbasso e piano.

Quest’anno (2011-2012) le jam sono state meno frequentate, la durata ridotta (s’iniziava più tardi e si finiva prima) e l’apertura era affidata a due o tre musicisti fissi, a rotazione (non è insolito che alcuni musicisti, prendendo confidenza con la gestione del locale, vengano ingaggiati per garantire una continuità alla jam). Verso la fine dell’inverno le jam session sono state interrotte.

 

Focus: Macondo

Uno dei maggiori punti d’aggregazione nel Pratello. Il locale è formato dalla zona bar-bistrot e la saletta con palchetto, illuminata in maniera soffusa. La jam è aperta dal trio InDuo (due chitarre e percussioni) che suonano blues-rock inglobando pure melodie country e andamenti reggae; nel corso della serata si avvicendano altri stili con musicisti singoli o in gruppi, a volte unendosi alla band d’apertura. In alcune serate molto partecipate s’arrivava anche a sei o sette musicisti, affollati sulla stretta pedana in un angolo del locale. Essendo un palco aperto, il pubblico reagisce in modo vario alle proposte musicali, i musicisti sono disseminati nel locale, ma il più delle volte occupano i primi tavolini. Di sicuro non c’è il silenzio da concerto, il locale è sempre zeppo e spesso è difficile accedere alla saletta col palco, se si arriva in ritardo.

Quest’anno lo spazio jam è stato molto ridotto a favore degli InDuo, che effettuano un concerto vero e proprio con l’aggiunta di basso elettrico e violino. Il Macondo è stato uno dei posti più frequentato da chi scrive: ciò ha permesso di riconoscere e rendersi riconoscibili in una sorta di micro-comunità raggruppatasi attorno al locale – e in particolare alle jam domenicali – che si frequenta con continuità, si scambia informazioni e commenti, suona assieme e rende le domeniche del Macondo un ritrovo abituale, quasi obbligato. Molti di questi frequentatori abituali sono essi stessi musicisti (di rado jazzisti) e cantanti, che spesso svolgono altri mestieri per mantenersi.

 

Focus: Chet’s Club

Il nome originale era “Chet Baker” per rievocare la frequentazione assidua della scena jazz bolognese da parte dell’omonimo trombettista cool negli anni ’60; il nome era stato mutato in “Chez Baker” per problemi connessi all’uso del nome celebre. Come nel caso della Cantina Bentivoglio, il jazz club era accoppiato al ristorante di qualità, solo che qui lo spazio è nettamente diviso in due: la sala da pranzo al pianterreno, lo spazio concerti (con bar annesso) nello scantinato. Alla fine dell’estate 2011 la vecchia gestione cede l’attività e quest’anno è rinato come “Chet’s Club” senza l’esclusiva sul jazz. Il locale sta ospitando un interessante progetto di confronto fra musicisti emergenti, l’OpenMic (“microfono aperto”), un tipo di serata musicale mutuato dagli Stati Uniti e organizzato da studentesse e studenti del GIOCA, corso magistrale internazionale in gestione delle organizzazioni culturali e artistiche. La serata non si svolge come una jam session, né come una rassegna strutturata: prevede una sequela di perfomance soliste o in gruppo, diversificate e non collegate fra loro, la cui successione è fissata in una lista apposita, compilata mediante i contatti e-mail. L’obiettivo è quello di permettere a musicisti emergenti o sconosciuti (in maggioranza giovani e giovanissimi) di confrontarsi sul palco, con un pubblico, ma in modo informale; spingere a proporsi ed entrare in contatto fra musicisti (nella serata successiva può nascere un duo, dall’incontro di due solisti esibitisi la volta precedente). Per questo motivo, il pubblico è composto in maggioranza dagli stessi musicisti o cantanti.

 

Focus: Roda di choro

Lo choro è un genere tradizionale di musica brasiliana, originato dall’incontro della musiche barocca e classica europee con influssi amerindi e impianti ritmici di derivazione africana. La roda è il tipico contesto, diffuso nei locali delle città brasiliane, in cui lo choro viene suonato, appreso, trasmesso. Gli strumenti utilizzati sono il pandeiro (tamburello a cornice), il cavaquinho (cordofono dal suono più acuto della chitarra) o il bandolim (tipo di mandolino) chitarra, flauto (o anche clarinetto); molto presente l’improvvisazione, ma più rigorosa e leggermente diversa da quella jazzistica. A Bologna è presente un giro di musicisti dediti alla musica brasiliana (fra questi Marco Zanotti, Cristina Renzetti, Rocco Casino Papia, Michele Corcella, Tim Trevor Briscoe) che ogni tanto anima qualche locale di Bologna (“Il Posto” in via Massarenti, “Malazeni” e “L’Ortica” in via Mascarella) cercando di riproporre il contesto della roda (informale, non programmato, senza biglietto e un programma preciso). La serata è pubblicizzata, ma ci si affida soprattutto al passaparola. Gli animatori della Roda si sono esibiti in quartetto pure sul palco dell’Auditorium Manzoni e al centro sociale CostArena (in via Azzo Gardino 48): in modo significativo, la scena prevedeva anche un tavolo con bicchieri e bottiglie, per ricordare la natura conviviale di questo tipo di musica.

Gli stessi Zanotti, Renzetti e Casino Papia – insieme ad altri musicisti – formano i Guanabara Funk, proponendo canzoni di autori brasiliani suonati in stile funky e jazz-rock (→ video).

 


[1] Piccole formazioni di jazz manouche – stile elaborato dal chitarrista Django Reinhardt sposando lo swing anni ’30 con tecniche virtuosistiche di matrice gitana – in passato e oggi possono ritrovarsi anche agli angoli del centro storico di Bologna, col classico trio chitarra-chitarra ritmica-contrabbasso. Del resto, i musicisti sotto i portici o ai margini di Piazza Maggiore sono una realtà ben nota, sebbene forse non caratterizzante: si va da giovani fisarmonicisti dell’est europeo, a set elettronici di musiche popular di provenienza nordafricana o mediorientale, a folk singer con cd autoprodotti.

[2] Termine nel gergo jazzistico per indicare una formazione strumentale.

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